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Corte d'assise - Feto nel cassonetto - Così la difesa dell'infermiere accusato di omicidio - I superperiti: "Non è un farmaco abortivo"

“Non è stato il Cytotec a uccidere la bimba, ma la condotta della madre”

di Silvana Cortignani

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Il cassonetto di via Solieri dove è stato ritrovato il feto

Il cassonetto dove è stato ritrovato il feto 

Elisaveta Alina Ambrus

la madre Elisaveta Alina Ambrus

Viterbo – Feto nel cassonetto, rinuncia a farsi interrogare prima della sentenza l’infermiere accusato di omicidio volontario in concorso. Ieri intanto è stata la giornata dei superperiti. Tutti d’accordo nel dire che la piccina, in un altro contesto, sarebbe potuta sopravvivere. Si è parlato del Cytotec, il farmaco usato dalla madre per indurre il parto. “Non è stato il farmaco a uccidere la piccina, ma la condotta della madre”, ha sottolineato la difesa, una volta sentiti i periti.

Alle ultime battute il processo all’infermiere che ha procurato alla madre la ricetta del farmaco usato dalla donna per liberarsi, al settimo mese, di una gravidanza indesiderata che si è conclusa con la morte della piccina.

Vittima una bimba nata alla 28esima settimana di gestazione perfettamente sana, data alla luce sulla tazza del water del bagno di un appartamento abitato da entraineuse, al quartiere di San Faustino, dove la neonata avrebbe sbattuto la testa, riportando una specie di “tumore da parto”, segno, secondo i medici legali, dell’impatto con la superfice rigida del sanitario e non delle difficoltà del passaggio dal canale del parto.

Era il 2 maggio 2013. Nel frattempo la madre, una ballerina di night all’epoca 24enne che ha compiuto 31 anni alla fine di dicembre, è stata condannata a dieci anni in primo grado con l’abbreviato per omicidio e a cinque anni in appello per feticidio, pena diventata definitiva, che la donna starebbe finendo di scontare in un carcere londinese dopo essere stata rintracciata nel Regno Unito.

Ieri è stata la giornata dei superperiti. Una cosa è certa. Tutti concordano nel dire che se la piccola fosse nata in ospedale, settimina ma forte e robusta, avrebbe avuto il 98 per cento di possibilità di sopravvivenza. 


“E’ stata la condotta della madre a uccidere la piccina”

“Non è stato il farmaco a uccidere la piccina, ma la condotta della madre”, ha sottolineato il difensore De Santis. Elisaveta Alina Ambrus avrebbe assunto quattro pasticche di Cytotec all’alba del 2 maggio, rientrando a casa dopo il lavoro al night. La piccola sarebbe nata e morta all’ora di pranzo. 

A distanza di quasi otto anni dal ritrovamento del cadavere è giunto così al rush finale anche il processo a Graziano Rappuoli, il presunto complice, un infermiere sessantenne di Tuscania, all’epoca in servizio a Belcolle. Ieri a sorpresa il difensore ha annunciato la rinuncia dell’imputato a farsi interrogare, per cui tra fine marzo e metà aprile si procederà con la discussione.

Intanto, sempre ieri, la giuria popolare presieduta dal giudice Ettore Capizzi, Giacomo Autizi a latere, ha ascoltato le conclusioni dei tre luminari – il medico legale Giancarlo Carbone, il ginecologo Marco Sani e il tossicologo Alfio Cimino – cui la corte d’assise ha affidato la perizia collegiale chiesta dalla difesa per fare chiarezza sugli effetti del Cytotec. Sentendo anche il medico legale Mariarosaria Aromatario, citata come testimone dal difensore Samuele De Santis.


“Il Cytotec non è un farmaco abortivo”

Tutti si sono detti d’accordo con le conclusioni dei periti del pm Franco Pacifici, Massimo Lancia e Mauro Bacci. La piccola, morta di ipossia dovuta a insufficienza respiratoria, essendo a quell’età i polmoni già formati ma ancora parzialmente funzionanti, sarebbe potuta sopravvivere se fosse stata subito aiutata con la ventilazione assistita e posta in incubatrice.

Il Cytotec, invece, non c’entra direttamente con la morte. “Non è un farmaco abortivo”, è stato spiegato in aula. Può danneggiare un embrione fino all’11esima settimana e un feto entro la 24esima, ma non un feto oltre la 25esima settimana di gravidanza. “Il farmaco ha avuto effetto solo sulle pareti uterine, stimolando le contrazioni che hanno portato all’espulsione prematura della piccina”, hanno spiegato gli esperti del tribunale.

“Nell’aborto farmacologico, il Cytotec viene somministrato dopo il farmaco abortivo, per espellere il prodotto del concepimento una volta morto”, hanno spiegato, crudamente, i periti in aula. 


– “Quando ho aperto la busta speravo che la bimba fosse ancora viva”


Il 28 settembre 2017 l’udienza più toccante, quella in cui hanno testimoniato i poliziotti che, allertati dal pronto soccorso di Belcolle, hanno sperato fino all’ultimo di trovare la piccola ancora viva. 

“Quando ho aperto la busta sul cofano della volante, speravo ancora che la bimba fosse viva”, ha detto uno degli agenti delle due volanti che verso le 18 del 2 maggio 2013 hanno ritrovato in un cassonetto di via Solieri il corpo senza vita della bimba, gettata alle 14,20 dalla madre tra i rifiuti, mentre si faceva accompagnare a Belcolle, in preda a un’emorragia, dall’infermiere.

L’allarme alle volanti è giunto alle 17,20. In aula sono state ricostruite le spasmodiche ricerche tra San Faustino e il Sacrario fino al ritrovamento al Salamaro della piccina, il cui corpo, infilato dentro la busta di un panificio, era stato avvolto in alcuni asciugamani colorati, incartato con della carta stagnola e infine arrotolato in una copertina. Abbastanza per essere trovato ancora caldo oltre tre ore e mezza dopo il parto.

“Quando finalmente la madre ha confessato alla mobile, in ospedale, che l’aveva messo nel cassonetto davanti alla pizzeria ci siamo precipitati”, ha spiegato l’agente che ha materialmente recuperato il cadavere della neonata da dentro il secchione.

“Sono stato io – ha proseguito il poliziotto – che ho trovato tra i rifiuti la busta di un panificio che ci avevano detto di cercare. L’ho appoggiata sul cofano della volante e l’abbiamo aperta con delicatezza, sperando che il bambino fosse ancora vivo. Era una femmina, già formata, coi capelli. Il corpo era ancora caldo. Ma era morta”.

“All’inizio ci hanno detto di cercare un pacchetto, un fagottino, che poteva essere tra i vicoli o nei secchioni tra il Sacrario o San Faustino – ha raccontato una poliziotta, spiegando che all’inizio non sapeva che si trattasse di un bambino – poi siamo corsi in una casa di via delle Piagge a verificare se ci fossero sangue o segni di un parto. Ci ha aperto la coinquilina della madre, ma niente, era tutto in perfetto ordine. Infine è arrivata la chiamata per via Solieri, dopo che la donna ha confessato. Sono stati attimi di grande concitazione. In quel momento tutti noi speravamo di trovare la bambina ancora in vita”.

Silvana Cortignani


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24 febbraio, 2021

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