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Anche tu redattore - Il racconto di Marina Penna

“Waseikan, il dojo della Tuscia…”

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Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Tracce d’Oriente nella Tuscia romana.

Sto camminando lungo il tratto della via Francigena che da Monterosi porta a Campagnano. È una mattina d’inverno, soleggiata e fredda. Circa a metà di via della Salivotta una costruzione in legno attrae la mia attenzione. Risvegliato da una suggestione, riaffiora il ricordo di un luogo nei pressi del lago Biwa, in Giappone, dove sono stata anni fa. Intravedo delle persone, alcune vestono eleganti kimono. La curiosità è forte. Non resisto e mi avvicino al cancello, con un cenno di saluto chiedo a un giovane uomo con la barba se posso entrare.


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Sono una quindicina, indaffarati intorno alla costruzione che avevo intravisto dalla strada. Mi accolgono in modo cordiale, due di loro mi invitano a prendere un tè nella piccola casa che chiamano il baretto. Dalle foto sul muro, mi è subito chiaro che la curiosità che mi ha spinto avrà di che saziarsi. Sono un gruppo di arcieri che pratica il kyudo, arcieria nipponica di antichissima tradizione e lo fanno con spirito autenticamente guerriero. Ancora una volta la Tuscia riesce a sorprendermi, dopo tanti anni che la percorro in lungo e in largo non smetto di scovare inaspettati scrigni.

L’uomo con la barba si chiama Giorgio, è il presidente dell’associazione, mi spiega che la costruzione in legno è il dojo dove praticano ogni sabato, si chiama Waseikan, in giapponese luogo di armonia. “Il Kyudo è un’arte che si conquista acquisendo la maestria nell’uso di tre strumenti fondamentali: l’arco, la freccia, il bersaglio – mi spiega -. Come ogni pratica tradizionale autentica è arte del vivere che, ad ogni tiro, ci porta a confrontarci con la verità e la perfezione, nella forma e nell’attitudine mentale. Coltivando il Rei, etichetta formale del Kyudo che è anche purezza di intenti, con il Kyudo impariamo ad accogliere con dignità e grazia le innumerevoli sfide fisiche e mentali che questo confronto ci impone e a non rimanere turbati per i nostri fallimenti e neppure per i nostri successi. Così ci esercitiamo nelle virtù e ci apriamo al pensiero intuitivo, supporto mentale e morale che fu, un tempo, tratto distintivo dei Samurai”.

Sono le 10. La lezione inizia, mi invitano ad assistere. Entro nel dojo, mi accoglie un delicato profumo di incenso, il sole che entra dalle ampie vetrate si riflette sul pavimento di legno lucido. Uno dei lati è interamente aperto, si affaccia su un prato e, sullo sfondo, a una trentina di metri ci sono cinque bersagli.


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Prima di entrare, mi invitano a togliere le scarpe. Mentre mi chiedo se è un’usanza o un segno di rispetto, vedo una scritta che mi suggerisce che si tratta di qualcosa di più: “Lasciate l’Ego insieme agli zori”, ammonisce. Gli zori sono le calzature che fanno parte della veste tradizionale dell’arciere. Varcare quella soglia è un po’ come entrare in un luogo interiore dove la continua attenzione che riserviamo a noi stessi si attenua.

Sono attratta da una calligrafia. Rappresenta l’anno lunare del bove, l’ha realizzata un’allieva che pratica anche lo Shodo, l’antica arte nipponica della calligrafia.

Entro nel luogo dove si tira, in un angolo c’è un piccolo altare shintoista, simile a tanti che ho visto in Giappone, accanto ci sono alcune immagini e delle foto. È il luogo d’onore, mi spiegano, lì risiedono i kami che rappresentano la catena invisibile dei maestri attraverso cui l’insegnamento del kyudo è fluito, senza interruzioni, dalle origini mitiche fino ad oggi, in questo luogo. Con un saluto cerimoniale vengono chiamati a partecipare e a ispirare la lezione. 

Mi accorgo di una seconda scritta “Silentium”. La mia curiosità è fuori posto, così smetto di fare e di farmi domande ed entro nell’esperienza, concedendo a me stessa di assaporare il luogo, gli abiti i gesti delle cerimonie di tiro a cui assisto, il fruscio delle frecce che volano, il suono del bersaglio colpito. Tutto appare così naturale, più tardi ci sarà tempo per descrivere, classificare, giudicare e spiegare.


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È passato mezzogiorno, ho ripreso la Francigena e sono sul tratto in cui si sovrappone all’antica via Amerina, la strada romana che collegava Veio con Ameria (oggi Amelia). Mentre ripercorro con la mente le ore trascorse, mi raffiguro le persone ritratte nelle foto poste nel luogo d’onore del dojo, e le storie che ho ascoltato. Quasi mi sembra di assistere di persona all’appuntamento del maestro Yamamoto con la Morte che lo ha colto nel 1979, durante una manifestazione di arti marziali al palazzetto dello sport di Roma.

Mentre scagliava le sue ultime splendide frecce, nessuno degli spettatori sospettava che un infarto stava squassando il suo cuore. Impassibile concludeva la cerimonia di tiro e solo quando era finita permetteva al proprio corpo di accasciarsi compostamente. Al drammatico appuntamento era presente un medico, profondo conoscitore della cultura orientale, che l’ha soccorso raccogliendo le sue ultime parole. A quel medico sono stati donati l’arco e le frecce protagonisti di quell’ultimo tiro e lui ne ha onorato il ricordo fondando un’accademia che ora ha il proprio Waisekan qui nella Tuscia.

Dopo quel giorno sono tornata ancora. Chi fosse interessato ad approfondire può chiamare il numero 3208433949 (Giorgio), inviare una e-mail a accademiaprocesi@gmail.com o visitare il sito web, dove è possibile reperire maggiori informazioni sulle attività.

Marina Penna


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26 febbraio, 2021

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