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Economia - Lo rivela il rapporto Istat sulla competitività dei settori produttivi

Effetto Covid, quasi la metà delle imprese con tre addetti è a rischio strutturale

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Economia – È un’immagine molto complicata quella fotografata dal rapporto Istat, pubblicato oggi, sulla competitività dei settori produttivi, duramente colpiti dall’emergenza Covid.


Un operaio

Un operaio


“A novembre 2020 – si legge nel rapporto – quasi un terzo delle imprese considerava a rischio la propria sopravvivenza nel semestre successivo, oltre il 60 prevedeva ricavi in diminuzione, mentre solo una su cinque riteneva di non avere subito conseguenze o di aver tratto beneficio dalla crisi. Nonostante uno scenario complessivo in miglioramento rispetto alla prima ondata pandemica, le prospettive di ripresa per l’anno in corso sono giudicate limitate: meno di una impresa su cinque ha previsto una espansione o una normale prosecuzione dell’attività nella prima metà del 2021. Inoltre, la crisi ha colpito in misura prevalente le imprese di piccola e piccolissima dimensione: la quota di unità che a fine 2020 si riteneva a rischio chiusura passa dal 34 per cento nella classe 3-9 addetti all’11 in quella di 250 addetti e oltre”.

Il rapporto Istat afferma che la pandemia ha causato un crollo della domanda interna e una conseguente caduta della liquidità delle imprese, che potrebbe compromettere la ripresa per il 34 per cento delle unità. Un segnale leggermente più positivo viene dalla domanda estera. “Le difficoltà di domanda estera e di approvvigionamento sono state molto meno diffuse. Anche per questo, come in occasione di recessioni passate, la capacità di operare su scala internazionale può divenire un fattore determinante ai fini delle possibilità di resistenza e ripresa del sistema”.

I risultati dell’indagine statistica indicano che una porzione significativa del sistema produttivo è a rischio strutturale: “se esposte a una crisi esogena, queste imprese subirebbero conseguenze tali da metterne a repentaglio l’operatività. Si tratta di circa il 45 per cento delle unità con almeno tre addetti, rappresentative del 20,6 per cento dell’occupazione e del 6,9 per cento del valore aggiunto complessivi. All’opposto, solo l’11,0 per cento delle imprese risulta solido e sarebbe interessato in misura marginale dalla crisi. Tuttavia, un aspetto incoraggiante per la generale capacità di tenuta del sistema è che quest’ultimo segmento produttivo rappresenta la quota di gran lunga più significativa in termini sia di occupazione (46,3 per cento) sia di valore aggiunto (68,8 per cento). Si tratta di imprese con capitale umano qualificato superiore alla media, maggiori dimensioni economiche (misurate in un’accezione più ampia dei soli addetti), un più intenso utilizzo di tecnologie digitali”.

“L’insolvenza di molte imprese, che costituisce il principale rischio nei mesi a venire per il sistema produttivo italiano – continua il rapporto, aumenta l’esposizione del sistema bancario a possibili trasmissioni dello shock dal segmento non finanziario, implicando possibili tensioni sia sui bilanci delle banche, sia sui rapporti banca-impresa”.

Nella giornata di ieri l’stat aveva pubblicato anche i dati sull’occupazione in Italia. Stando alle rilevazione dell’Istituto nazionale di statistica, nel febbraio 2021 ci sono 945mila occupati in meno rispetto al febbraio dello scorso anno. Una situazione drammatica, che potrebbe anche peggiorare nei prossimi mesi dal momento che è prevista per il 30 giugno la cessazione del blocco dei licenziamenti.


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7 aprile, 2021

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