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– “A., una sera, ha creato dei problemi. Siamo andati da lei, al Palazzaccio di via Cattaneo. Gli altri volevano picchiarla con una trave di legno“.
E’ un racconto scioccante quello di Faisal M., imputato, insieme a una decina di persone, nel processo per riduzione in schiavitù di due giovani romene, L. e A..
Il 22enne marocchino è l’unico che è stato sottoposto all’esame degli imputati.
Mentre per le altre persone alla sbarra sono stati acquisiti i verbali di interrogatorio, Faisal è comparso, sabato mattina, davanti alla corte d’assise del tribunale di Viterbo, composta dai giudici Ernesto Centaro, Franca Marinelli e dalla giuria popolare.
I sostituti procuratori Stefano D’Arma e Fabrizio Tucci hanno cercato di ricostruire la vicenda insieme a lui, a partire dall’inizio del 2005. Da quando, cioè, le due ragazze, all’epoca minorenni, furono portate dalla Romania in Italia, a Viterbo.
“L. e A. si prostituivano già in Romania”
“Non siamo stati noi ad avviarle alla prostituzione – ha detto Faisal -. L. e A. avevano solo 14 e 15 anni, ma erano già pratiche del mestiere. Sarebbe stato troppo complicato portare in Italia delle “brave ragazze” e costringerle a prostituirsi. Loro lo facevano già in Romania”.
Il ragazzo ha spiegato ai pm di aver versato una somma di 700 euro per conto di suo fratello minore Isham, anche lui imputato nel processo. Isham si era impegnato a pagare le spese per i documenti di L. e A., ma, alla fine, era stato Faisal a mettere i soldi.
“Per me era solo un prestito – ha affermato Faisal -. Pensavo che la cosa sarebbe finita quando mi fossero stati restituiti i soldi. Invece mi sono ritrovato in una storia più grande di me. Ho sbagliato e ho continuato a sbagliare“.
“Volevano picchiarla con una trave di legno”
Del grande errore che aveva fatto, Faisal si è reso conto in particolar modo una sera quando, mentre era in giro per Viterbo con il coimputato albanese, quest’ultimo ricevette una telefonata.
Era la donna che affittava gli appartamenti in cui L. e A. ricevevano i clienti. Diceva che A. “creava problemi”. L’albanese, sempre secondo il racconto di Faisal, si recò di corsa al Palazzaccio insieme a uno dei romeni, con l’intenzione di picchiare la ragazza con una trave di legno.
Faisal avrebbe provato a parlarle. Ma quando A. ha iniziato a insultarlo, lui le ha mollato due ceffoni.
“Se non l’avessi schiaffeggiata, gli altri avrebbero fatto di peggio – ha detto il giovane marocchino -. Ho cercato di farle capire che, con quel comportamento, avrebbe solo scatenato l’ira degli altri. Lei ha capito e mi ha abbracciato”.
L’accusa
Secondo gli accordi, i proventi dello sfruttamento della prostituzione dovevano andare, per il 50 per cento alla donna colombiana, che affittava gli appartamenti. L’altra metà avrebbe dovuto essere spartita tra Faisal e altri due membri della banda. Ma questo, come raccontato dall’imputato, non avvenne mai.
L’accusa contestata al gruppo, in un primo momento, era sfruttamento della prostituzione. Ma le testimonianze rese dalle due ragazze, hanno spinto i pubblici ministeri a formulare un capo di imputazione più pesante, quello di riduzione in schiavitù, che comprende anche il reato di sfruttamento della prostituzione.
La presunta violenza sessuale al Palazzaccio e a Montefiascone
Secondo i pm, infatti, L. e A. sarebbero state picchiate, segregate e violentate in almeno due occasioni: una sera, al Palazzaccio di via Cattaneo, e un pomeriggio a Montefiascone, a casa di Isham, il fratello di Faisal.
Quest’ultimo episodio è stato smentito dalla moglie di Isham, ascoltata nell’udienza di sabato mattina. “L. è stata ospite a casa nostra per due giorni – ha detto la donna -. Ma nessuno l’ha segregata e tantomeno violentata. Le abbiamo dato da mangiare, anche se lei ha rifiutato il cibo. Poteva uscire come e quando voleva, senza alcuna restrizione”.
E quanto alla presunta violenza al Palazzaccio, che sarebbe stata commessa da Isham, Faisal si è mostrato contraddittorio.
In un interrogatorio del luglio 2005, dichiarò che gli era stato detto che Isham aveva avuto un rapporto violento con A.. Ma, sabato mattina, Faisal ha affermato di non ricordare più nulla.
“Ricordo solo che una sera – continua Faisal -, l’albanese e uno dei romeni mi sono piombati in casa, arrabiatissimi, dicendo che Isham era andato al Palazzaccio. Mi hanno detto che era ubriaco e che aveva avuto un rapporto con A.. Ma non so se l’abbia violentata o no“.
La difesa del giovane marocchino, rappresentata dall’avvocato Marco Russo, ha letto alla corte alcuni passaggi di un ulteriore interrogatorio, sempre risalente al 2005. Qui Faisal parlava genericamente di un “casino scatenato da Isham al Palazzaccio”. Ma senza alcun riferimento a una violenza sessuale.
Il processo continuerà, ora, con l’inizio della discussione. Le prossime udienze sono state fissate per il 13 e il 20 novembre, nell’aula della corte d’assise del tribunale di Viterbo.
