– Forse a qualche lettore meno attento del Messaggero sarà sfuggito, qualche giorno fa, un elegante articolo di Claudio Angelini in cui si cita il viterbese Pio Fedi, autore di una “Statua della Libertà” che, pur in forme ridotte, costituisce la vera copia di riferimento di quella di New York.
La statua, con poche varianti rispetto alla sorella maggiore, risale al 1870 e si trova nella chiesa di Santa Croce a Firenze: essa sicuramente fu l’ispiratrice della più tarda statua di Frederic Auguste Bartholdi, quella monumentale che la Francia donò agli Stati Uniti d’America.
L’articolo stimola alcune riflessioni: Angelini infatti lo conclude chiedendosi per quale motivo la statua di Bartholdi sia famosa e quella di Fedi sia negletta, e si risponde constatando con una punta di amarezza che “i francesi sanno promuovere meglio i loro prodotti, anche quando non sono del tutto Doc”.
Quest’ultima considerazione non è da poco, perché se riconosce maggiore spirito di iniziativa ai francesi rispetto agli italiani, potrebbe essere usata anche per un altro utile confronto, che ci riguarda più da vicino: quello dei rapporti tra la Toscana e la Tuscia in fatto di primogeniture.
Eh, sì: la Toscana sembra aver “scippato” la Tuscia di alcune primogeniture, fino a viverci di rendita in campo turistico, culturale ed economico. Merito della Toscana, beninteso, e demerito della Tuscia, incapace di farsi valere sui mercati che contano.
Lo “scippo” più eclatante è certamente quello sugli Etruschi, la cui “patria” all’estero è considerata la Toscana.
Ma la realtà è un’altra; i centri più antichi e più importanti dell’Etruria si trovano quasi tutti fuori della Toscana e nell’Alto Lazio: Cerveteri, Veio, Vulci, Orvieto e soprattutto Tarquinia, che la storia ci dice essere stata la prima città etrusca; mentre se escludiamo Chiusi e Volterra gli altri centri toscani sono tardi e comunque di importanza strumentale rispetto alle più potenti e più antiche città meridionali.
Una volta, fu calcolato che gli insediamenti etruschi erano per il 55% nell’Alto Lazio, per il 35% in Toscana, e per il restante 10% in Umbria, Campania, Emilia e Lombardia. Certo, la “colpa” non è dei toscani, ma di Augusto, che coniò una nuova regione, l’Etruria, a partire dal fiume Fiora in su; non credo però che i toscani lo abbiano considerato un torto…
Ma c’è di che proseguire: il pubblico televisivo italiano viene convinto da un popolare sceneggiato Rai sulla Maremma che questa “terra ribelle” appartenga interamente alla Toscana: lo provano i protagonisti, pressoché tutti costretti a recitare in dialetto toscano, anche quando attraversano la temibile “Selva del Lamone” (in provincia di Viterbo) e quando impersonano briganti “nativi di Cellere”, ecc.
Si potrebbe continuare; ad esempio pare che la famosa ceramica a zaffera vanto dell’artigianato toscano del tardo medioevo (A cobalt blue-black called zaffera, also called Florentine blue because of it’s origin, si legge in un dizionario on-line inglese) abbia in realtà origini quanto meno anche alto laziali (La zaffera è un’antica tecnica ceramica che nasce nell’area di Viterbo, nella Toscana, a Faenza e a Pesaro, precisa un sito specializzato), ma qui la diatriba è fin troppo raffinata e complessa per insistervi su.
La domanda che potrebbe sorgere spontanea è: “e che ne viene per tutto ciò, di danno, a Viterbo?”
In realtà, il danno è enorme, perché il turista straniero, notoriamente succube di innumerevoli stereotipi sull’Italia, quando cercherà gli Etruschi punterà sulla Toscana, quando si farà prendere dal fascino della Maremma cercherà la Toscana.
Tanto la Toscana ha saputo vendere se stessa sul mercato internazionale (in questo veramente imitando la capacità commerciale degli Etruschi…) che molti stranieri in viaggio verso la penisola spesso non dicono “Vado in Italia”, ma “Vado in Toscana”, quasi che questa regione fosse un mondo a parte,con peculiarità e prerogative irripetibili.
Onore al merito dei toscani, così come onore al merito dei francesi che sanno approfittare, come dice Angelini, dei beni altrui e vantarsene a proprio vantaggio (Monna Lisa e Venere di Milo insegnano, oltre alla Statua del Bertholdi…); ma la Tuscia come dovrebbe reagire?
Diciamo intanto che la colpa non è tutta viterbese, anzi buona parte delle responsabilità risiedono a Roma.
Aveva già cominciato Augusto. Ma in questi anni più vicini a noi, la Regione Lazio è sempre stata romanocentrica, interessata a valorizzare una specificità che è soprattutto, se non del tutto, “romana” con il risultato di sottostimare le province, e nel nostro casso etruschi e maremma, abbandonati quasi nelle mani della Toscana. Ricordo il 1985, il cosiddetto “Anno degli Etruschi”: festeggiato con almeno venti iniziative di ampia risonanza in Toscana, e quasi sopportato nel Lazio, con un paio di mostre.
Insomma, da sola, un provincia marginale come la Tuscia poco può nel fronteggiare la sapiente strategia di una intera regione che fa capo a Firenze e contiene città di grande forza socioculturale come Siena, Arezzo, Pisa, Livorno, Lucca e la stessa Grosseto.
Non dimentichiamo che Siena è famosa nel mondo per una corsa di cavalli, mentre Viterbo lotta ancora strenuamente, mendicando persino l’aiuto di altre città, per dimostrare l’eccezionale specificità della Macchina di Santa Rosa: “la pietanza non è neppure comparabile” mi disse un collega americano, ammirato della Macchina, “però i senesi hanno saputo fare un contorno con i fiocchi, assaggiato in tutto il mondo”.
E non finisce qui; da qualche tempo i “rivali” Viterbo se li trova anche in casa… si pensi a Frosinone…; ma questa guerra tra poveri, nel Lazio, è solo il segno di quanto la Capitale talvolta riesca ad essere ingombrante…
Certo, le responsabilità sono anche a Viterbo.
Andiamo sul banale; osservate quali prodotti vengono commercializzati alla Coop-Tirreno, a Viterbo: cantuccini, olio toscano, conserve toscane, miele toscano, vino toscano…. e i tozzetti? l’olio della Tuscia? Il miele viterbese? L’Est est est? Rari nantes in gurgite vasto… Mi ragguagliò un giorno un dirigente della Coop: “non è colpa nostra, è che i produttori viterbesi non fanno nulla per vendere nel centri commerciali….”. “Beati loro”, aggiunse.
Altro dato interessante: si dice che la Tuscia possieda un patrimonio storico e paesaggistico incommensurabile, che Viterbo sia la “seconda città d’arte del Lazio, dopo Roma”, ma se confrontiamo il movimento turistico della Tuscia con quello di Latina e di Frosinone ci accorgiamo che vale meno della metà per presenze e arrivi… Da che cosa dipenderà? Ci siamo montati la testa, non siamo così ricchi di bellezze, o non siamo capaci di sfruttare i talenti che ci sono stati concessi?
Poche energie, una creatività molto modesta, scarsa lungimiranza, una buona dose di ignoranza condita di altrettanta prosopopea, soprattutto una mancanza cronica di professionalità: diciamocelo, se il turismo a Viterbo non ha saputo fare la differenza, se l’enogastronomia e l’artigianato stanno ancora a scaldare i motori sulla pista di decollo, i motivi sono in gran parte qui, nonostante gli sforzi di poche mosche bianche di buona volontà e di grandi capacità che, sfidando il conservatorismo e il misoneismo locale e la superficialità tracotante della Pisana, tentano l’impossibile per rovesciare la situazione a vantaggio di tutti.
E non si dica che siamo maltrattati dalle infrastrutture; da Milano si arriva a Viterbo o a Tarquinia senza quasi mai abbandonare le quattro corsie e nel Lazio meridionale esistono centri di eccellenza turistica molto più impervi dei nostri.
Francesco Mattioli
