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Un incontro per riflettere sull’eutanasia

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– Nel fine settimana in cui il governo Berlusconi ratifica l’illeggitimità dei registri comunali che raccolgono i biotestamenti dei cittadini, ricevendo il plauso del Vaticano e le critiche di Mina Welby e Beppe Englaro, ad Acquapendente si parla di “Vita fino alla fine”.

Con il dottor Andrea Filoscia (presidente dell’associazione Scienza e vita della Provincia di Viterbo) che raccoglie con entusiasmo l’invito della Parrocchia del Santo Sepolcro e del locale Movimento per la Vita “Santa Giovanna Beretta Molla” ad effettuare un approfondimento culturale.

“Nell’attuale contesto sociale e politico – sottolinea di fronte ad una gremita sala Bigerna – si stanno confrontando due sensibilità riguardo al valore della vita: una che lo considera prioritario ed indisponibile, l’altra che lo intende relativo da correlarsi alle qualità che ciascun vivente esprime.

Ma la dignità non può essere “graduata” sulla base delle qualità, è in realtà una “consistenza interiore” che dipende dal ruolo, tutto particolare, proprio dell’uomo nel Creato.

Se invece origine della dignità si considerano categorie come autonomia e capacità di autodeterminazione, al venir meno di queste si attenua anche la dignità: cioè la vita non autonoma è priva di dignità.

E’ su questo processo culturale e spirituale che si innestano le problematiche del testamento biologico e dell’eutanasia. Nel nostro Paese due vicende, imposte all’attenzione del grande pubblico anche con intenti strumentali, sono divenute esemplari: la morte di Piergiorgio Welby e quella di Eluana Englaro. Welby ha chiesto l’eutanasia per anni, fino a che un medico compiacente non lo ha accontentato.

Ha chiesto di non essere più curato, nonostante che la sua vita, benché totalmente dipendente dagli altri e dal respiratore automatico, fosse indubitabilmente una vita attiva, piena di risorse e relazioni.

Eluana, giovane donna in stato vegetativo persistente, libera da ogni dipendenza meccanica ma totalmente affidata alle cure di altri, è morta di fame e sete, uccisa perché il padre, non ritenendo più dignitosa la sua vita, ha deciso di sospendere ogni cura.

Quando il valore della vita si fa dipendere dall’autonomia della persona sofferente, o inabile, allora si perde l’orientamento alla relazione di cura, che distingue da sempre le relazioni di tipo umano. E dunque possiamo giungere alla richiesta di eutanasia, anche invocando il diritto al cosiddetto testamento biologico, per sé o per gli altri.

Il timore dell’accanimento terapeutico non deve e non può trasformarsi in abbandono terapeutico.

Nonostante tutto le vicende tragiche che abbiamo appena citano hanno prodotto anche due frutti buoni: la legge per l’accesso alle cure palliative ed alla terapia del dolore (numero 38 del 15.03.2010) che codifica il diritto di ricevere cure anche per i pazienti terminali o che comunque non possono guarire ed il disegno di Legge del Senato (26.03.1009) in materia di alleanza terapeutica, di consenso informato e di dichiarazioni anticipate di trattamento che nella forma attuale (sperando che il passaggio alla Camera dei Deputati non lo stravolga), chiarisce il divieto di eutanasia, di aiuto al suicidio e di interruzione di alimentazione ed idratazione, tutelando la vita umana quale diritto inviolabile ed indisponibile”.


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