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Tre passeggiate concerto

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Antonello Ricci

Antonello Ricci

– Viterbo invisibile
Chiacchiere, storie, canzonette

Tre passeggiate/concerto di e con Antonello Ricci, Silvio Ciapica e Ciapica’s Confidential Big Band + Banda del Racconto

12, 13, 14 luglio

Ogni passeggiata concerto canterà canzoni e racconterà racconti ogni volta diversi. Ogni passeggiata concerto partirà alle 21 da un luogo ogni volta diverso

Banda del Racconto: Michela Benedetti, Pietro Benedetti, Olindo Cicchetti, Sara Grimaldi

Ciapica’s Confidential Big Band: Silvio Ciapica (voce, chitarra acustica e piano),  Enrico Ciapica (piano, organo e voce), Francesco Ciapica (chitarra e voce), Enrico Carotenuto (voce, tamburello),  Martin Grice (flauto e sax), Paolo Paternesi (sax), Gionata Giardina Gomez (percussioni e voce), Roberto Pecci (percussioni & variazioni), Antonello Ricci (armonica e voce).

Primo appuntamento
C’era una volta un povero… (per le vie della Città-Libro)
Martedì 12 luglio, ore 21, fra i ruderi della Chiesa di Santa Maria delle Fortezze (presso parcheggio omonimo), al termine, mini-concerto all’Arena Gonfalone, con le canzoni di Ciapica-Ricci-Ciapica
Percorso: Da santa Maria delle Fortezze si prosegue per vicoli fino ad arrivare a via San Pellegrino (con sosta intermedia cantata dentro al palazzo degli Alessandri), poi tutti a Santa Maria Nuova

Secondo appuntamento
Quando Viterbo era un paese… (La Maremma a Viterbo & altre storiette di Provincia)
Mercoledì 13 luglio, ore 21, ritrovo in piazza Sant’Andrea a Pianoscarano (davanti alla chiesa omonima, cercando di sfuggire a Paolo Rossi…)

Terzo appuntamento
Parole sante, Dante! (una Città di Notte e di Note)
Giovedì 14 luglio, ore 21, ritrovo sugli scalini di palazzo dei Papi

Da Saper Guardare Viterbo:
Itinerario 0 – La città grigia
Storia brevissima di Viterbo narrata alla macchina del tempo per fatti e fantasie, singhiozzi e fotogrammi

Immagina vulcani che sputano lava. Si fredda alla luce. Una roccia grigia, costellata di grani neri. Sa catturare i colori del cielo. I suoi ossidi sfuggono agli impasti della tavolozza più scaltrita. Chiamala peperino.

Immagina acque di torrenti che in migliaia di anni, esigui di portata ma forti per continui salti di pendenza, graffiano questa roccia, ne scarabocchiano la storia. In alto pianori come penisole, facili da difendere. Su tre lati, tutt’intorno, il vuoto di gole a picco. Basterà fortificare il quarto.

Immagina anche ruderi di civiltà più antiche. Paleolitico. Etruschi. Romani. Affiorano un po’ dappertutto, affollano le campagne del suburbio: qui dissepolti dal vomere degli aratri, in una campagna addomesticata, pettinata con cura; là asserragliati dal manto di una natura rinselvatichita. Insomma, un bel condensato di quel Pittoresco che affascinerà i viaggiatori oltramontani del Grand Tour nel XVIII secolo e quelli dell’Ottocento romantico. Anche se da queste parti essi faranno sempre solo brevi soste, con la mente rivolta già a Roma Capoccia: i preparativi per la traversata del “deserto” della Campagna, un’occhiata alla Pietà di Sebastiano del Piombo (attualmente conservata presso il museo Civico), una al Bulicame dantesco (Inferno XIV) e via…

Immagina poi gli uomini di queste terre. Forti come tori, pazienti e tenaci come buoi. Deviano le acque dei torrenti, le imbrigliano in gore, ne usano la forza di caduta per spingere pale e far girare le mole degli opifici: frantoi, mulini, conce. Attaccano le rupi di peperino, ne cavano pietre, tirano su la loro città. Un nastro di mura, torri e porte lungo quasi cinque chilometri. Tra 1095 e 1268. Chiamala Viterbo.

Ehi… sono anche coraggiosi come leoni, questi cittadini: cavatori e scalpellini dell’artigianato locale, repubblicani e comunisti, saranno in prima fila su quei merli, nell’estate 1921, armati come diavoli, per difendere Viterbo messa sotto assedio dai fascisti di Bottai. Dieci anni dopo, molti di loro avrebbero fatto le comparse, come sovversivi cattivissimi e fumatori incalliti, nello splendido Vecchia guardia di Blasetti (1935), un film ricco di anticipazioni neorealiste: scelta del dialetto, attori non professionisti, esterni e interni girati “in carne e ossa”. Dedicato ai giorni che precedettero la marcia su Roma, Vecchia guardia è ambientato in una non meglio identificata città di provincia dell’Italia centrale. Ma fu interamente girato a Viterbo e dintorni. Una Viterbo grigia e polverosa, fiabesca e concreta al tempo stesso.

Immagina ancora Viterbo prosperare a lungo, forte e orgogliosa della propria economia, libera da servaggi feudali, per quanto dilaniata da lotte di fazione: guelfi contro ghibellini, Gatti contro Tignosi. Agguati scaramucce assassinii, tribunali e condanne (feroci quanto inutili), confische di beni, demolizione di torri e di palazzi, comminazione di esili, rientri e rappresaglie. Non serve aggiungere altro: così andava la politica nell’Italia di quei tempi (non solo di quelli, purtroppo).

Immagina anche un palazzo severo come un castello e una loggia aerea come un ricamo: costruiti in pochi anni, poco dopo la metà del XIII secolo, per ospitare i papi. Per invogliarli a restare. Per sempre. Breve, smodato sogno di elevare Viterbo, terragna e contadina, a madre di tutte le capitali. Una nuova Roma, insomma. Ma in questo nostro bizzoso Paese, ogni Viterbo incontrerà prima o poi la sua Roma, ogni Siena una Firenze. Immagina allora che brutto risveglio, una mattina all’alba: Madre Chiesa ha fatto le valige. Per Viterbo solo un biglietto di scuse sul cuscino. Torna a Roma dai parenti, poi partirà alla volta di Avignone.

Si sa come vanno a finire certi amori. Viterbo, sedotta e abbandonata, singhiozza e si dispera sui pianerottoli della storia. Indossa un lutto che troppo somiglia a una depressione: non lava i piatti, non risponde al telefono, non usa più fard né rossetto. Vive di ricordi. Piange su vecchie foto. Avvizzisce.


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