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Viterbesi, ma lo volete l’aeroporto?

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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

– Melisa Corrigan parlava a un consesso di abruzzesi e, abituata da brava manager della comunicazione a praticare la captatio benevolentiae dei suoi interlocutori, ha detto cose che dovevano far felice l’uditorio: quindi, Pescara secondo aeroporto di Roma.

La Corrigan ha probabilmente un’idea personale della geografia infrastrutturale dell’Italia e soprattutto sembra ignorare quali siano di norma le esigenze di collegamento tra un aeroporto e la metropoli di riferimento. Forse la Ryanair è incline a torturare i suoi passeggeri, almeno a considerare le recenti multe comminatele dall’Antitrust per non aver rispettato le esigenze dei propri clienti, ma appare difficile credere che due ore di autostrada da Pescara a Roma siano da considerare una più comoda alternativa a Viterbo: non solo per le due ore in sé, ma perché i collegamenti aeroportuali non si fanno su gomma.

Quindi delle due l’una: o la Corrigan mentiva, sapendo di mentire, oppure stava facendo “ammuina” non solo a beneficio del suo uditorio abruzzese, ma per avviare altre strategie. Ad esempio, se Ciampino continuerà a ridurre i voli e Viterbo non sarà pronta prima del 2020, Ryanair potrebbe trovarsi in difficoltà, e sta cercando di accasarsi a Fiumicino prefigurando altrimenti sciagure (Viterbo) e paradossi (Pescara).

L’assessore Bartoletti ha ragione; vista l’appetibilità low cost di Roma, se la Ryanair si ritira (e non lo farà), il mercato offrirà sicuramente dei sostituti: ci sono molte compagnie nuove e aggressive, pronte a farsi largo.

Ma a questo punto pongo un quesito: chi è che rema contro l’aeroporto, dalle nostre parti?

Passi per i movimenti ambientalisti che almeno argomentano seriamente le loro obiezioni in termini di sviluppo sostenibile, anche se queste appaiono ogni giorno meno condivisibili in linea di principio e soprattutto nel merito.

Ma gli altri? Non sarà che certi viterbesi ancora una volta si dimostrano allergici al nuovo, al progresso, come cento anni fa per la ferrovia? Non sarà che certa opposizione deriva più da un puntiglio politico che dalle buone ragioni? Sembra paradossale, ma proprio così facendo, come allora, si consegnerebbero ai misoneisti della politica e del mercato, restando alla finestra in attesa non si sa di quale miracolo celeste.

Facile la critica, più difficile l’azione. Come dicevano i nostri nonni, chi non fa non sbaglia, ma certo si addormenta. Se poi la fronda oltre che dall’Irlanda viene anche da dentro casa nostra, e da certi ambienti politici e culturali, talvolta anche un po’ snob, allora è comprensibile che anche Stato e Regione si sentano autorizzati a nicchiare.

Un lettore di Tusciaweb ha detto: non facciamoci illusioni, perché Gatwick non la conosce nessuno, e chi vi atterra s’affretta a recarsi a Londra. Vero, ma il rapporto tra i centri satelliti e Londra è diverso da quello che intercorre tra Roma e il suo hinterland. Viterbo non è Gatwick: ha terme, enogastronomia, storia, cultura e paesaggio, e persino un porto di mare a mezz’ora di macchina.

Semmai si tratta di una sfida che i viterbesi hanno l’obbligo di raccogliere, dopo essersi visti passare sotto il naso la ferrovia, l’autostrada, l’industria e via dicendo. Sta ai viterbesi svegliarsi, crescere, imparare a progettare strategie globali, per catturare quel un dieci per cento di passeggeri in transito: tanto basterebbe per quintuplicare l’attuale flusso turistico sulla città. Credo che ciò sarebbe sufficiente a giustificare un aeroporto a Viterbo.

Per ottenere tutto ciò i viterbesi devono uscire dalle loro grotte e misurarsi con un mondo e un mercato globale che non fa sconti, non perde tempo, che corre dove loro camminano.

Viene però da chiedersi: ma i viterbesi, l’aeroporto, lo vogliono veramente? Sono interessati a sviluppo, occupazione, crescita culturale? E come li intendono? Con quali strumenti competitivi vorrebbero realizzarli? Ma soprattutto: i propugnatori dell’aeroporto sono sicuri di parlare a nome dei viterbesi? Gli oppositori sono sicuri di parlare a nome dei viterbesi? Oppure i viterbesi sono sotto esclusiva tutela delle parti in causa, senza che si sappia veramente cosa vogliono per sé stessi?

Francesco Mattioli


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