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Alcol in strada, più controlli e più civismo

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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

– Nell’indagine sulla sicurezza urbana, svolta dal Comune di Viterbo con la consulenza del dipartimento di Comunicazione e ricerca sociale dell’Università “La Sapienza” di Roma presso un campione di quasi 400 studenti viterbesi, emerse la richiesta pressoché plebiscitaria da parte degli intervistati di maggiori controlli da parte delle forze dell’ordine.

Un dato del genere non è un punto di arrivo, ma di partenza; perché è da qui che si deve riflettere su come assicurare sicurezza alla cittadinanza viterbese.

I giovani non sono tutta popolazione della città e le loro esigenze non esauriscono tutte le richieste di sicurezza che provengono dai cittadini viterbesi, ma sono i principali fruitori della notte e sanno che cosa succede in questa città nelle ore notturne. Per carità, niente di particolarmente grave, se paragonato a quanto avviene, ad esempio, ogni sera a Roma, a Campo de’Fiori; anzi, i giovani hanno contribuito a rivitalizzare una città che, alle otto di sera, andava a dormire e restava in catalessi fino al giorno successivo.

E’ quindi evidente che l’opinione dei giovani viterbese va tenuta in considerazione, perché sono sufficientemente “esperti” di ciò che accade by night in città, e quindi sono in grado di dare indicazioni e di formulare proposte concrete. Detto questo, si deve essere consapevoli che il problema della sicurezza urbana non può essere considerato da un solo punto di vista e tantomeno in chiave ideologica.

I giovani viterbesi si ribellano al divieto di vendere alcolici, sostenendo che un ragazzo con un bottiglia di birra in mano di per sé non fa male a nessuno; vero: ma perché questo ragazzo continui a divertirsi serenamente è necessario prendere delle precauzioni.

Accanto ai giovani, si battono gli esercenti, i quali non se la sentono di fare i poliziotti e verificare che la birra venduta sia consumata al tavolo (posto che il tavolo esista): vero anche questo, ma è necessario che tutti i cittadini collaborino perché trascorrere una serata in centro non significhi incontrare gentaglia ubriaca, incappare in una rissa estemporanea o passeggiare tra i cocci di vetro lasciati da un vandalo di passaggio.

Il punto è proprio questo: che oggettivamente non è possibile basarsi esclusivamente sulle ronde di polizia, carabinieri e vigili urbani, la coperta è troppo corta per garantire che le autorità di pubblica sicurezza possano fare da tutori ai ragazzi che si fanno una birra a San Pellegrino.

Accanto al lavoro della polizia, quindi è necessario prendere altri provvedimenti di dissuasione, in proporzione alla gravità e alla ricorsività dei reati; così, è necessario potenziare i sistemi di videosorveglianza, a distanza, e imporre determinate regole di condotta, alcune impopolari e apparentemente inutili, ma che costituiscono esse stesse un segnale, un caveat.

Al di là di queste considerazioni, è necessario che i cittadini recuperino il loro ruolo civico, che contribuiscano essi stessi alla sicurezza comune: dove non arrivano la polizia o la telecamera, dovrebbe arrivare la capacità del cittadino – giovane o anziano, cliente o esercente che sia – di riappropriarsi della città e di emarginare i violenti e i teppisti. Senza partecipare a risse: semplicemente non voltandosi dall’altra parte e denunciando all’autorità di pubblica sicurezza chi mette a repentaglio la serenità di una serata fra amici in centro.

Il fatto è che neppure queste considerazioni, che dovrebbero sembrare ovvie e persino eticamente edificanti, trovano consenso totale nella nostra società. Qualcuno ad esempio ha lamentato che la diffusione degli impianti di videosorveglianza pregiudica la libertà individuale, citando a memoria il Grande Fratello (quello di Orwell); qualcun altro, nostalgico del sessantottesco (e anarchico) “vietato vietare” si dichiara insofferente ad ogni regola. Ma in una società che vuole tutelare i diritti e la qualità della vita dei propri membri, è normale che ciascun individuo rinunci a parte della sua libertà per garantire la libertà di tutti; senza dover scomodare Rousseau.

Purtroppo per vari motivi – alcuni confusamente ideologici, altri di mera bottega – non c’è ancora accordo, persino in letteratura, su come intendere i rapporti tra prevenzione e repressione; del resto, neppure sulla prevenzione, che dovrebbe essere un concetto chiaro, sembra che si possa avere un’idea condivisa…

Francesco Mattioli
Responsabile del progetto “Viterbo città sicura e sodale” per l’Università “La Sapienza” di Roma


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