– Chi si aspettava una precisa descrizione di come siano state uccise Tatiana ed Elena Ceoban rimarrà “deluso”.
Nelle 108 pagine di motivazione della condanna all’ergastolo per Paolo Esposito e Ala Ceoban i giudici Turco e Pacioni non accennano minimamente alla dinamica del duplice delitto.
Che madre e figlia siano state uccise, per la Corte d’Assise viterbese, è un fatto. Ma come ciò sia accaduto resta un mistero anche per i giudici, molto più cauti di accusa e parte civile.
Nella sua requisitoria a fine processo, infatti, il pm Renzo Petroselli aveva azzardato una sua ricostruzione: prima lo strangolamento di Elena. Poi la botta in testa a Tania, sulla soglia della cucina.
Turco e Pacioni concordano sulla cronologia, ma nulla dicono sulle modalità. “Che la villetta di Gradoli sia stato un luogo ove si è consumato un fatto di sangue” si deduce dai “numerosi elementi indiziari” che, collegati tra loro, costruiscono un solido castello accusatorio. A prova di piste alternative.
Madre e figlia sono state viste per l’ultima volta entrare nella villetta di via Cannicelle. E da lì non sono mai uscite vive. Il mancato ritrovamento dei cadaveri è il primo di quegli elementi indiziari che fanno propendere per l’omicidio: “i corpi sono stati occultati dagli stessi assassini per evitare che si potesse risalire a loro”.
A dimostrare che il piano dei due amanti era datato, gli 11mila sms che Paolo e Ala si scambiano nel 2007 e in cui già manifestano l’intenzione di liberarsi di Tatiana.
L’occasione più propizia per attuarlo si presenta il 30 maggio 2009. Paolo sapeva che, quel giorno, Tania sarebbe andata a Viterbo, per poi rientrare solo nel tardo pomeriggio. “Aveva avuto, quindi – è scritto nelle motivazioni – tutto il tempo per “occuparsi” prima di Elena” uccisa alle 13,30 dopo essere tornata da scuola “e poi aspettare Tatiana”.
Per la Corte, Ala entra in gioco dopo. Mette piede in casa quando la sorella e la nipote sono già morte. Non c’è pericolo che ritornino e la sorprendano con Esposito. Può fermarsi per la notte e fino al pomeriggio di domenica, per portare a termine quello che, per i giudici, è il suo compito fin dall’inizio: pulire la villetta da cima a fondo. Per farlo, si assenterà da Santa Fiora (Grosseto), dove lavora, per più del dovuto. 36 ore invece delle 12 pattuite.
E non lo farà, come da lei dichiarato, per stare con Paolo, che la lascerà sola praticamente per tutta la giornata, ma per eliminare ogni traccia del duplice assassinio.
Un piano difeso a suon di menzogne, versioni contraddittorie e ricostruzioni fantasiose. Che rivela, per i giudici, “un grado tale di perversità da destare un profondo senso di ripugnanza in ogni persona di media moralità”.

