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La chiusura del centro, un segno di modernità

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Domenico Merlani

Domenico Merlani

– La chiusura del centro storico sarebbe un segnale di grande modernità e rispetto per la storia di Viterbo.

E’ così per Domenico Merlani, presidente Unindustria Viterbo. Obiettivo da raggiungere per gradi.

“La chiusura – dice Merlani – può essere un segnale di grande modernità e allo stesso tempo di rispetto per la storia della nostra città”. Facendo attenzione. “Senza provocare danni e non facendo morire il centro storico”.

Meglio andare per tappe. “Iniziando dal cuore di Viterbo, per arrivare alle zone più a ridosso delle mura. Cercando al tempo stesso di far rivivere queste zone con iniziative, altrimenti tutto diventa inutile.

Poi ci sono i residenti, per i quali va fatta una regolamentazione. La chiusura è un traguardo importante, ma occorre farlo nel modo migliore”.

Un progetto nel medio – lungo termine. “Più che un progetto, un percorso, fatto di cambiamenti – precisa Merlani – ci vuole tempo. Se si riesce a mettere in piedi una serie di servizi per arrivare ai parcheggi, navette, le persone ritengo che possono comprendere il miglioramento della qualità della vita e apprezzarlo”.

La chiusura potrebbe andare di pari passo con la riqualificazione. Con un doppio vantaggio: valorizzare la città dentro le mura e allo stesso tempo, creare opportunità di lavoro.

“Il recupero penso che sia un progetto ancora più complesso. Riuscire a rendere godibile a tutti un percorso pedonale, trovando un ambiente piacevole e servizi”.

Dentro le mura ci sono i commercianti. “Penso che le loro associazioni di categoria conoscano bene la situazione. Per come la penso io, gli operatori devono vedere la chiusura come un vantaggio. Se diventa un problema, ovvio che sono contrari. Se ne deriva un miglioramento, il discorso cambia”.

Un cambiamento graduale. “Iniziando da una parte. Corso Italia oggi è chiuso per otto ore al giorno e tutti noi siamo felici di poterci passeggiare. Perché non potrebbe essere così anche in altre vie?

Le persone vanno abituate ai cambiamenti. Per gradi. Anche se dovessero servire quindici anni, è un percorso che va iniziato”.


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