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Motivazioni, Valentini: “Gravi omissioni”

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L'avvocato Enrico Valentini

L'avvocato Enrico Valentini

Il pm Renzo Petroselli

Il pm Renzo Petroselli

L'avvocato Luigi Sini

L'avvocato Luigi Sini

L'avvocato Claudia Polacchi

L'avvocato Claudia Polacchi

– Hanno suscitato reazioni contrastanti le motivazioni della sentenza Gradoli.

A quattro giorni dal deposito, accusa, difesa e parte civile commentano le 108 pagine scritte dai giudici Turco e Pacioni. Un voluminoso fascicolo che contiene il perché dell’ergastolo a Paolo Esposito e Ala Ceoban, condannati il 13 maggio scorso per aver ucciso Tatiana ed Elena Ceoban. Gli avvocati, la maggior parte in ferie, se lo sono procurato con mezzi di fortuna e lo stanno ancora leggendo sotto l’ombrellone.

Il difensore di Esposito Enrico Valentini si dice perplesso e interdetto. “Mi aspettavo un’approfondita confutazione delle nostre tesi – dice -. E invece, niente. Solo buchi e grandi omissioni. I giudici hanno glissato su gran parte delle argomentazioni difensive, etichettandole come “irrilevanti” e appiattendosi sugli spunti di accusa e parte civile. E’ come se il processo non fosse stato fatto. Non hanno considerato neanche uno dei mille ragionevoli dubbi che abbiamo sollevato. Rispetto sentenza e motivazioni, ma non le condivido”.

Di tutt’altro avviso, il pm Renzo Petroselli. Anche lui ancora in alto mare con le carte, ma “fiducioso nel fatto che i giudici abbiano accolto e argomentato, con dovizia di particolari, le tesi dell’accusa”.

Soddisfazione massima per i legali di parte civile. “Siamo rimasti positivamente impressionati – afferma Luigi Sini, avvocato di Elena Nekifor, madre di Ala e Tatiana -. Le motivazioni sono precise e puntuali. I giudici hanno colto ogni sfumatura delle nostre arringhe e ripreso molte delle tesi da noi esposte durante la discussione. Ne siamo orgogliosi. Vuol dire che il nostro lavoro, in qualche modo, ha agevolato anche il loro”.

Una soddisfazione condivisa con la collega Claudia Polacchi, che assisteva la figlia di Esposito e Tania. “Ci ha fatto piacere notare come le motivazioni siano state scritte a quattro mani, dal presidente e dal giudice a latere. Segno che le ragioni di questa condanna erano pienamente condivise dai membri della giuria”.

Altro punto che ha inorgoglito la parte civile, il riferimento a una sentenza della Cassazione, citata in aula da Sini e Polacchi. Quella con cui la Suprema Corte confermava la condanna del filatelico Paolo Stroppiana per l’omicidio preterintenzionale di Marina Di Modica, logopedista torinese sparita nel ’96.

Una pronuncia che è servita ai giudici viterbesi per mostrare come la mancanza di indizi di colpevolezza non sempre equivale all’assoluzione. Nel caso di Marina Di Modica mancavano il cadavere, l’arma del delitto, e persino il movente. L’unico elemento di prova era l’appuntamento che la donna aveva annotato sull’agenda con Stroppiana e dopo il quale era misteriosamente scomparsa. Tanto è bastato per confermare la condanna a 14 anni in secondo grado.


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