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Sangue in cucina, la prova dell’omicidio

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Le macchie coperte con la vernice

Le macchie coperte con la vernice

Una delle macchie

Una delle macchie

– Sangue di Tania, la prova dell’omicidio.

E’ stato il ritrovamento del sangue di Tatiana Ceoban nella cucina di casa Esposito a mettere gli inquirenti sulla pista del delitto.

E’ scritto nero su bianco nelle 108 pagine che motivano i due ergastoli a Paolo Esposito e Ala Ceoban. Gli amanti ritenuti colpevoli di aver ucciso Tatiana Ceoban (sorella di Ala e convivente di Paolo) e la figlia di 13 anni, Elena.

Il sangue di Tatiana è stato “la prova del nove”. L’indizio che ha sgomberato il campo da tutte le ricostruzioni alternative al delitto, inducendo “gli investigatori a ritenere non solo che quella casa (ndr. la villetta di via Cannicelle, in cui l’imputato Paolo Esposito viveva con Elena, Tatiana e l’altra loro figlia) era stata teatro di un fatto di sangue in danno di Tatiana Ceoban, ma anche che non c’era più spazio per ammettere un’ipotesi di allontanamento volontario”.

Le tracce trovate erano una ventina, sparse per tutta la cucina: dal radiatore al pomello della tenda, dal frigo al televisore. Fu l’incidente probatorio ad accertare che il sangue era di Tatiana. Nessuna traccia ematica di Elena che, invece, per la Corte, è stata uccisa senza spargimento di sangue.

Ai giudici non sono bastate le “fantasiose giustificazioni di Esposito”, per spiegare quelle macchie. L’imputato ha tirato in ballo prima la debolezza dei capillari di Tatiana. Poi una ferita che la convivente si era procurata a Natale tagliando l’agnello. Ma la Corte non gli ha creduto.

I giudici Turco e Pacioni hanno anche sparato a zero sulle conclusioni del consulente della difesa Luciano Garofano, secondo il quale la villetta era così sporca che era impossibile pensare che qualcuno l’avesse pulita per cancellare il sangue. La Corte ritiene, invece, “che nella cucina della villetta ci sia stata non solo un’attività di pulizia, ma, anche un’attività di alterazione dei luoghi”: la riverniciatura delle tracce sul muro.

La perizia chimica di Emanuela Petrozzi ha fugato ogni dubbio: il sangue schizzato sull’intonaco della cucina non fu raschiato, ma coperto con la stessa vernice usata per imbiancare l’intera parete. Vernice che solo il padrone di casa Paolo Esposito poteva avere.

 

 


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