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Siamo incazzati!

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Vito Ferrante responsabile Fattoria sociale Alice

Vito Ferrante responsabile Fattoria sociale Alice

Vito Ferrante responsabile Fattoria sociale Alice

– E’ abituato a parlare chiaro e anche stavolta Vito Ferrante non usa mezzi termini: “Siamo davvero incazzati”.

Come Regione e Asl stanno trattando le persone con disturbi mentali nella Tuscia, reclama vendetta e lui, da referente dell’Associazione familiari e sostenitori psichici è un fiume in piena. Personale medico ai minimi termini, utenti sballottati da un dottore all’altro, ricoverati in squallidi corridoi – corsia, strutture che non funzionano o che proprio non ci sono più. Tagliate.

Come se il disagio che i pazienti (e con loro i famigliari) devono sopportare non fosse già abbastanza, ci pensa la sanità a metterci un altro pesante fardello.

Tutta colpa del turn over bloccato dalla Regione. I medici se ne vanno e non sono sostituiti, quelli che ci sono, i più sono precari, quindi nessuna certezza del futuro. Mancano gli infermieri, manca un vero reparto a Belcolle. Manca tutto. Solo i problemi abbondano. “Con il turn over – spiega Ferrante – si sono persi sei medici, nessuno psichiatra è stato sostituito, diminuiscono le assistenti sociali, cinque infermiere anche loro non sono state sostituite. Il servizio così si blocca”. E dire che nella Tuscia ci sono 4400 persone con disagio mentale.

Per tutta risposta i cinque centri di salute mentale sparsi sul territorio sono stati impoveriti. “A Civita Castellana e Tarquinia lavorano male – continua Ferrante – sempre per effetto del precariato. A dicembre scadono i contratti e a quel punto i pazienti sono spediti come un pacchetto postale a un altro dottore e poi rispediti quando arriva il sostituto”. Rendendo quasi impossibile la presa in carico del malato. E con un effetto secondario non da poco.

“Queste strutture diventano distributori di medicinali perché non riescono a svolgere il loro servizio. La colpa non è degli operatori, che anzi sono molto qualificati. Ma della gran mole di lavoro. Sono solo un ambulatorio, corrono dietro alle emergenze, senza prendersi cura delle persone”. Un malato di mente è una persona come tante altre. Qualcuno forse se lo dimentica. “I nostri malati – sostiene Ferrante – non sono considerati, li mettono sotto farmaci, perciò non parlano e non protestano e se va male li legano. Questo produce la gestione da parte della regione”.

La richiesta è una sola alla presidente Renata Polverini e al direttore generale Asl Adolfo Pipino: “Stabilizzare i precari. Stanno dando il massimo al servizio psichiatrico a Belcolle. Farebbero molto meglio”. Nel caos che vive il settore, può accadere di tutto. “In un centro di salute mentale – denuncia Ferrante – è cambiato dottore. Non ha parlato con nessuno dei suoi 150 pazienti, ma ha cambiato a tutti i medicinali. Senza concordare la cura. Perché? Magari il medicinale che prendeva era quello giusto, che funzionava. Non ce lo spieghiamo, se non pensando male”.

Con le difficoltà che i sofferenti psichici incontrano ogni giorno, ci si potrebbe scrivere un’enciclopedia. Il servizio psichiatrico: “Ci hanno messo a Malattie infettive. Dovrebbero esserci trenta posti letto, ce ne sono otto.

Pazienti vengono messi in un corridoio con finestre alte, è bruttissimo. C’è la fila per andare in bagno. Gli psichiatri sono pochi e non riescono a fare nemmeno i turni, così gli infermieri”.

Stessa storia il Sert. “Ce ne deve essere uno per distretto – precisa Ferrante – ma quello di Ronciglione è stato chiuso per mancanza di personale e accorpato a Viterbo e i pazienti divisi tra Belcolle e Civita. Gli utenti già sono restii ad andarci, se poi gli aumentiamo la distanza, tutto si complica. A Viterbo c’è un centro diurno per chi ha finito il percorso. La Polverini ha tagliato i fondi, poi si riempiono la bocca con la lotta alla droga. Quella era una struttura che funzionava”.

Chi esce dal tunnel della droga rischia di tornarci. “I Comuni non fanno molto, dopo anni di comunità, ritornano e non trovano risposte, non esistono programmi e il rischio di ricaderci è alto”.

L’associazione che Vito Ferrante rappresenta ha molte attività, tra cui la fattoria di Alice. Qui si lavora, si percepisce uno stipendio, si fa qualcosa di concreto rendendosi utili, eppure: “Sei persone sono pagate – continua – poi ci sono 18 tirocinanti. Eppure la Asl ancora non ha confermato il tirocinio, bloccandolo.

Noi diamo risposte dove i Comuni non arrivano. Bisogna capire che costano molto meno alla società iniziative di recupero, piuttosto che il ricovero o la comunità e gli effetti sul malato sono decisamente migliori”.

Esempi non ne mancano. “Una ragazza è rimasta 22 anni a Villa Rosa, l’abbiamo aiutata a uscire, è andata per un poco a casa di un volontario, poi in una casa famiglia, ha fatto domanda per una casa popolare e a giorni ci si trasferirà. Con un po’ di coraggio si ottengono risultati.

Le comunità costano, operazioni di recupero, molto meno. Lo diciamo da sempre, ma forse noi genitori siamo più matti dei nostri figli”.

O forse il punto è un altro. Come fa notare un utente dell’associazione. “La cura di noi pazienti non è la finalità, ma il mezzo. Per fare soldi”.


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