Riceviamo e pubblichiamo – Egregio direttore, mi permetta di condividere alcune riflessioni sullo stato della Sanità italiana e in particolare di quella della provincia di Viterbo.
Sono riflessioni di un medico che per tanti anni ha operato nella struttura pubblica e che vorrebbe una sanità capace di affrontare e, se possibile, risolvere i problemi di salute di ogni cittadino.
Nel contesto mondiale la nostra organizzazione italiana è stata presa di esempio.
Viene realizzato a pieno lo spirito dell’articolo 32 della nostra Costituzione, in cui si afferma che la salute è un diritto fondamentale dell’individuo e che la Repubblica ha un inequivocabile dovere di tutelarla, sia in relazione all’individuo stesso che in riferimento all’interesse della collettività.
Il principio affermato è un assioma non discutibile.
Purtroppo, almeno in alcune regioni, ciò non viene coerentemente applicato nella pratica. Si porta come scusa la non disponibilità economica per cui sono state emanate alcune linee guida o meglio, dei decreti che stanno scardinando l’articolo della costituzione sopra menzionato.
In tal senso va considerato il recente decreto della Polverini tendente a una riorganizzazione della sanità nella regione Lazio, decreto partito fra polemiche e proteste.
“Cominciamo dagli sprechi e non dalla chiusura di ospedali e dal taglio di posti letto”. Queste le parole di Renata Polverini poco tempo dopo essere diventata la nuova Governatrice della Regione Lazio. Poteva sembrare un programma indirizzato verso il giusto cammino.
I fatti: 24 ospedali ridimensionati – pari a 2.865 posti letto in meno – e una quantità abnorme di consulenze esterne. L’ingente stato debitorio della regione Lazio ha ridimensionato la possibilità di erogare una assistenza sanitaria adeguata.
Elevato disavanzo economico con forte criticità. Ma mi domando, perché si è giunti a una situazione così disastrata? E’ vero che non sia possibile individuare i vari responsabili di tale catastrofe? Oppure, anche se individuati, continuano a mantenere le sorti della sanità laziale, e in più generale, quella di tutti gli italiani?
E’ la politica! Non quella intesa nel senso etimologico della parola ma quella intesa come mezzo di potere.
Efficienza, efficacia e appropriatezza, sono le tre parole magiche alla base di una sanità competitiva; per la realizzazione di tali qualità è necessario avere capacità specifiche
Per questo motivo, vanno modificati, per esempio, i criteri di nomina dei direttori generali e dei dirigenti di unità operative complesse e dipartimentali delle strutture sanitarie, togliendole alla politica cui competono gli indirizzi di programmazione sanitaria e affidati a commissioni di esperti che debbono valutare solo e soltanto sul merito.
In una organizzazione complessa come è quella della sanità sono necessarie risorse economiche, umane,strumentali e logistiche e solo se tali elementi sono presenti in modo ottimale potremo avere dei risultati positivi.
Questo non avviene e così si cerca di risolvere non togliendo gli sperperi che ancora ci sono, ma riducendo le prestazioni sanitarie.
E’ vero che le richieste da parte degli utenti sono aumentate, visto il continuo evolversi della tecnologia, è vero che molti esami che vengono richiesti sono inutili per quel determinato momento, ma non per questo si deve colpire con l’accetta.
E’ necessaria anche una educazione sanitaria! Quando si parla di contenimento di costi non bisogna riferirsi ai tanto temuti tagli, ma ad una rivisitazione del metodo con i quali i soldi pubblici sono stati utilizzati sinora.
Nel Lazio, si sono registrati molti problemi sul piano dell’organizzazione e dell’impiego della spesa sanitaria, specialmente per ciò che riguarda il contenimento dei costi.
Sarebbe troppo lungo il discorso intrapreso, per cui voglio limitarmi ad alcune considerazione sulla sanità della nostra provincia, considerazioni che rispecchiano l’andamento di una sanità che pur avendo potenzialità, sta andando verso una china che, se non si interviene subito, difficilmente potrà essere risalita nel breve termine.
Ospedale Belcolle: un ospedale che non trova risoluzione sia nel suo completamento che nella sua organizzazione. Sono anni che è stata posta la prima pietra e ancora non è stato completato, funziona a metà, e la metà che è in funzione è ormai obsoleta; quando avremo la possibilità di vedere completata la struttura, sarà necessario mettere mano alla struttura per adesso in funzione.
L’ospedale sarà completato con tutti i suoi posti letto in data molto futura. Probabilmente i nostri nipoti avranno la fortuna di vederlo completato.
Ma, la cosa paradossale, è che con il decreto Polverini, questo nostro ospedale, incompleto e non capace dal punto di vista strutturale di assorbire le necessità della nostra provincia, deve far fronte ai bisogni venutesi a creare con la chiusura o la trasformazione degli ospedali periferici.
Di qui il costante ricorso in strutture di Ausl viciniori e la triste visione di numerosi letti distribuiti nei vari corridoi.
Alcune strutture sanitarie di qualità sono state eliminate o aggregate ad altre fino a scomparire,o,almeno sono state messe in condizione di non poter erogare le proprie prestazioni in modo adeguato.
Un buon padre di famiglia avrebbe risolto in altro modo il problema: avrebbe sicuramente provveduto a completare la struttura e quindi organizzare al meglio l’assistenza dei propri figli.
Così non è.
Andiamo avanti. Il personale: un’organizzazione sanitaria ha necessità di personale addetto in prima linea alla assistenza diretta dei malati e di personale amministrativo.
Per il primo elemento (sanitario, infermieristico e tecnico) assistiamo a una carenza mostruosa degli addetti: molti sono andati in pensione , ma non vengono effettuati concorsi pubblici per le assunzioni necessarie. Succede allora che chi sta al posto di lavoro deve effettuare orari spesso sovrumani con conseguente possibilità di errore diagnostico e /o comportamentale.
I dirigenti di strutture complesse sono chiamati a coordinare, quando sono presenti (!),un numero insufficiente di personale sanitario (dirigenti e infermieri), che svolgono talora attività non coordinate; spesso manca il reciproco controllo per cui ognuno è referente di se stesso.
Alto è il numero di medici e infermieri precari, con contratti da rabbrividire. (ma i sindacati esistono ancora?)
Recentemente abbiamo assistito alla morte di un giovane medico che prestava la sua opera al pronto soccorso di Belcolle con contratto di precariato.
Il fatto ha trovato spazio e valutazione sulla rivista dell’ordine dei medici e odontoiatri di Viterbo; ma, a riguardo, non abbiamo sentito nessuna voce dei vari politici e autorità viterbesi, nonostante che a loro, personalmente, sia stata inviata la rivista con allegata dicitura “affinché nessuno possa dire: non lo sapevo!”
Mi domando: c’è disinteresse o non giusta valutazione? Perché chi è preposto al controllo della sanità viterbese non prova mai a sentire la voce degli operatori sanitari, serenamente, al di fuori di ogni possibile ricatto? Verrebbe fuori sicuramente una verità amara, ma utile per migliorare l’assistenza sanitaria della nostra provincia.
Gentile direttore, concludo questa mia breve e incompleta riflessione, mostrando il mio grosso rammarico nel vedere che la Sanità Viterbese, pur avendo grandi potenzialità professionali, non riesce a raggiungere livelli di qualità tali da farla emergere, ma il mio rammarico maggiore deriva dal costatare che nessuno,dico nessuno, dei politici e autorità viterbesi mostra la volontà di intervenire per migliorare la situazione.
Se un ospedale non funziona il rischio è per tutti, soprattutto quando, nei momenti di criticità, siamo costretti ,perché impossibilitati a scegliere, a servirci di tale struttura.
Dottor Sandro Marenzoni
