![]() Il cartello stradale all'uscita Bagnaia |
Riceviamo e pubblichiamo – Se per “grotte” intendiamo “grotte naturalistiche”, sicuramente a Grotte Santo Stefano non ve ne sono, ma se intendiamo, invece, “abitazioni ipogee”, di grotte ce ne sono eccome, sia all’interno del paese – si veda il rione “il Traforo”, che deve a loro il proprio toponimo – che nelle località limitrofe (Sant’Angelo, Montecalvello, Vallebona, eccetera).
La ragione per cui queste sono relativamente sconosciute è piuttosto imputabile al fatto che nessuno, finora, ha mai dato il giusto risalto al loro potenziale interesse antropologico ed archeologico (molte di queste abitazioni furono in origine tombe etrusche e romane), al fine di renderle una vera e propria attrazione turistica.
Il nome del nostro paese trae origine proprio dagli antichi ipogei presenti in ampia parte del territorio, nel quale, in seguito della distruzione di Ferento – avvenuta nel 1172 ad opera di viterbesi e cellenesi – si rifugiarono i pochi scampati al massacro. La maggior parte di questi si rifugiò nei pressi dell’attuale rione “il Centarello”, in località Santo Stefano, dove – lungo una parete tufacea esposta al sole – sono tuttora visibili alcune grotte, poste l’una in prossimità dell’altra.
Questa disposizione ravvicinata delle grotte favorì l’insediamento dei profughi dando origine ad una nuova comunità, che il vescovo di Bagnoregio affidò alla guida spirituale della parrocchia di Santo Stefano e, vicino alle grotte, fu quindi eretta una piccola edicola dedicata al santo.
Successivamente gli abitanti iniziarono a costruire le prime abitazioni in muratura e le grotte furono utilizzate come ricoveri agricoli, fino all’attuale utilizzo come porcilaie.
Purtroppo, la mentalità gretta e poco lungimirante che, salvo rare eccezioni, regna in gran parte della Tuscia, non permette di adottare una visione più attenta allo sfruttamento turistico di quanto il territorio metta a nostra disposizione.
In altri luoghi – non molto lontani da noi – vi sono infatti strutture ricettive, ricavate nei posti più impensati. Si veda, ad esempio, la zona di Montalcino, nella quale i turisti possono dormire in piccole “stanze” ricavate da vecchie “tine” – un tempo utilizzate per contenere il vino – all’interno di cantine oggi adibite a B&B.
Figuriamoci, quindi, se con adeguati interventi e con la dovuta promozione, un buon numero di turisti non verrebbe a dormire in quelle che furono le antiche abitazioni ipogee, per poi visitare le nostre bellissime campagne ed altri luoghi degni di interesse, come il parco archeologico sito in loc. “SS. Salvatore” e la corte del Castello di Montecalvello, entrambi liberamente visitabili o la “Cascata dell’infernaccio”.
Molte di queste abitazioni, a Grotte, furono utilizzate fino ai primi anni del ’900 ed oltre, ma la scarsa attenzione a loro riservata le rende poco interessanti dal punto di vista turistico. Inoltre, il fatto che il paese abbia perso la propria autonomia comunale nel 1928, non ha certo contribuito al favorire lo sviluppo locale, anche in questo importante settore, il quale, potenzialmente, potrebbe generare molti posti di lavoro.
Credo che si debba fare molto di più per attirare turisti nella nostra zona, concentrandoci su ciò che il territorio della Tuscia sarebbe in grado di offrire in ogni stagione, in termini di paesaggio, storia, tradizioni e quant’altro.
Il cartello posto allo svincolo della superstrada va sicuramente rimosso per non generare confusione, ma va rimossa anche quella mentalità che porta a non apprezzare e valutare le ricchezze che abbiamo e che, al momento, non siamo in grado di sfruttare adeguatamente.
Massimo Calanca e Flavio Frezza
Ecomuseo della Tuscia di Grotte Santo Stefano
