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Ma non hanno ucciso la speranza…

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L'attacco alle Torri Gemelle dell'11 settembre 2001

L'attacco alle Torri Gemelle dell'11 settembre 2001

Riceviamo e pubblichiamo – Sono passati 10 anni da quell’11 settembre 2001 quando il mondo si è fermato, ha smesso di respirare di fronte alla strage degli innocenti.

Se ancora oggi c’è qualcuno che ha il disumano coraggio di non rammaricarsi poi tanto per quelle vititme perché “tanto sono Americani ed è la normale conseguenza per un popolo di guerrafondai”, beh mi auguro che quel qualcuno provi vergogna per se stesso e soprattutto che quel qualcuno non abbia mogli, figli, padri, fratelli amici.

I 2752 morti di quel maledetto 11 settembre, non sono americani, sono esseri umani innocenti, protagonisti inconsapevoli di una strage procurata da una lucida, efferata crudeltà umana. Innocenti come i 343 vigili del fuoco del Fdny e i 60 poliziotti che hanno perso la vita per salvarne altri.

Eccoli gli eroi, quelli che con orgoglio hanno il diritto e l’onore di essere identificati con questa parola, usata ed abusata per divi e divetti della tv e dello sport. No, non è stato un uragano o uno tsunami a portarseli via, ma altri esseri umani o meglio disumani.

Ecco perché, sono passati 10 anni, ma il pensiero e il dolore per quanto è successo non ci lascia, perché non si è trattato di un improvviso mutamento climatico, ma di uno sterminio pianificato, preordinato, freddo e senza ripensamenti. Ecco perché, a 10 anni da allora, quelle immagini ci sconvolgono e terrorizzano ancora oggi, perché un uragano lascia morte, ma passa, la ferocia disumana che ha le mani insanguinate no.

Nessun pentimento, nessun ripensamento. I mostri hanno guardato i loro martiri negli occhi, su quel volo 11 dell’American Airlines che si è schiantato sulla torre. Gli occhi dei carnefici hanno incrociato e penetrato e ucciso quelli delle loro vittime, senza la minima compassione umana.

Ci fa stare male pensare che i passeggeri di quel volo erano morti dentro ancora prima di schiantarsi. C’è qualcosa di più terribile di sapere che siamo già morti, ma respiriamo, guardiamo, parliamo e soprattutto amiamo ancora? Tutte quelle telefonate dalle vittime nelle torri ai propri cari, per lasciare un ultimo messaggio d’amore, per dire “I love you” e poi avere il coraggio e la rassegnazione di mettere giù il telefono e sapere che quella è stata l’ultima volta.

Avere l’irrefrenabile impulso di richiamare e sapere che non ha più senso. Gettarsi dal novantesimo piano perché con tutto quel terrore che scorre nelle vene, si pensa che nulla possa fare più paura e più male, perché non si ha più niente da perdere e forse si preferisce scegliere di morire volando, in caduta libera, per provare un’ultima volta quant’è bella la libertà. Quella libertà che gli americani imparano ad amare fin da bambini, rappresentata da quella bandiera che ne è stata simbolo per l’Europa tutta.

Ecco perché fa tanto male, perché siamo stati abituati a guardare all’America come al Paese delle opportunità, del sogno che diventa realtà, dove cinesi, italiani, russi, ebrei, pakistani possono ricominciare una vita, uniti da un passaporto blu e da una bandiera. Ecco perché quando hanno colpito l’America hanno colpito tutti noi, perché in fondo siamo tutti un po’ americani.

Abbiamo tutti un parente o un amico in California, in Florida, a New York, abbiamo tutti un Iphone, un Ipad, abbiamo tutti sognato un giorno un viaggio sulla route 66. Se la crudeltà umana ha potuto piegare il Paese da sempre simbolo di libertà, allora tutto può succedere.

Allora con le Torri sono crollate anche tutte le nostre certezze. Allora nessuno può proteggerci. Quel volo American Airlines era partito da Boston, dal Logan Airport. Quanti voli ho preso in questi anni da quello stesso aeroporto, per tornare a casa in Italia e sento un tuffo al cuore, pensando che quelle mura, quei tavolini, quella pista di decollo che ho fissato mille volte, hanno visto in faccia gli assassini ed hanno visto in faccia le vittime, senza poter parlare, senza poter fermare nessuno dei due.

Come me, quanti passeggeri di quel volo stavano tornando a casa dai loro cari, non sapendo che non sarebbero mai arrivati perché lo scenario di lì a poco avrebbe superato anche il più fantasioso dei film hollywoodiani. La realtà ha superato la fantasia scenografica. Il terrore reale ha travalicato i confini di qualsiasi terrore possa essere creato con effetti speciali. Ecco perché siamo ancora qui a piangere addolorati per quelle disastrose perdite e per quegli eroi ed impauriti, impauriti di vivere più che di morire.

Gli americani sono sconvolti e lo saranno per sempre e non si spiegano perché quell’11 settembre God didn’t bless America… ma orgogliosi, guardano a Ground Zero con speranza, con la voglia di ricominciare senza mai dimenticare. Decisi a difendere per sempre quella nazione che molto o poco tempo fa li ha adottati e riuniti sotto un’unica bandiera.

Partirò di nuovo fra pochi giorni e quando arriverò a Logan Airport, i miei occhi incroceranno ancora una volta lo stemma americano con la possente Aquila e il motto “E pluribus Unum” (Da molti Uno), ecco la forza dell’America, forse quella che nessun attentato potrà mai distruggere, essere tanti e diversi ma sentirsi Uno.

Federica Di Gion


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