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Berlusconi non c’è più. E adesso?

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Silvio Berlusconi

Riceviamo e pubblichiamo – Nel primo giorno del post-Berlusconi, quanti si occupano di politica, quella nobile, quella con la P maiuscola, non possono esimersi da determinate considerazioni che sono politologiche e morali, non legate agli ideali o alle ideologie.

Il giudizio su un governo e su un primo ministro, chiunque sia, non si esprime urlando, festeggiando e lanciando monetine nelle piazze, come si fa con il peggiore dei delinquenti. Queste manifestazioni sono espressione di un’Italia senza coscienza politica, senso critico e senza rispetto per niente e per nessuno, e soprattutto per le istituzioni.

Folle che gridano e inveiscono ci ricordano le guerrillas dei Paesi Arabi con la gente che appende il dittatore a testa in giù.

Concerti che suonano l’Alleluja, parlando di liberazione, offendendo la liberazione quella vera e tifo da stadio dei più beceri, senza alcun fondamento politico, intriso di fanatismo e di bieca ignoranza politica.

Il vento di cambiamento di questo Paese canta “Bella Ciao” . E’ questo il nuovo che avanza? Tutti a festeggiare e nessuno che chieda e che si chieda, politicamente che futuro ha questo Paese, di cui ora, dovremmo preoccuparci più che mai, a fronte di una sinistra, scossa ormai da anni, come un cavallo senza fantino, che trovava l’unica ragion d’essere nella demonizzazione e nell’annientamento dell’avversario, anzi del nemico, Berlusconi.

Berlusconi non c’è più. Punto e a capo ma chi sarà a capo? Dove sono i programmi? Dove sono i leader? Prendere tempo con un governo tecnico basterà a costruirne uno nuovo di zecca in fabbrica? O ce ne riproporranno uno vecchio che magari era già pronto per la rottamazione? Anziché riversarsi nelle piazza ad aggredire, quegli italiani dovrebbero stare a casa a riflettere sul futuro, ad interrogarsi sul dopo, su un dopo che è già adesso, in cui non ci sono proposte costruttive e il trait d’union fra Fini, Bersani e Casini era solo la cacciata del demone Berlusconi.

Un’Italia quella di ieri sera che non rispecchia i tre colori della nostra bandiera ma solo uno, il rosso, un’Italia rossa che fa diventare rossi tutti gli italiani, sì, rossi di vergogna.

Vergogna per la vigliaccheria di insultare quello che avrebbe dovuto essere considerato un avversario uscente e non un nemico delinquente.

Vergogna perché tirare le monetine a chicchessia è un gesto di grande aggressività e codardia che non viene usato neanche per gli assassini.

Qualcuno si è permesso tanto con Piero Marrazzo alla sua uscita dalla Regione, perché aveva speso soldi in droga e trans o con Sircana? No, anche i loro avversari e gli italiani tutti hanno mostrato il rispetto all’uomo, un rispetto umano che a Berlusconi è stato negato.

Vergogna perché tutti gli altri rappresentanti dei partiti politici, non si può parlare di leader in questo vuoto di personalità, non hanno speso una parola di condanna per questi gesti e questo spettacolo, indecoroso di un Paese che voglia essere definito civile e democratico. Solo un breve passaggio di Casini ma per il resto il silenzio-assenso.

Questa e’ l’Italia che verrà, fatta di odio, aggressività e nostalgia di un passato pericoloso che si veste di Colbacco e ha nascosto, neanche tanto bene, falce e Martello dietro un flebile ramoscello di ulivo.

Ci dicono che ci governerà un governo “tecnico” quindi per sua natura non politico e rispunta il nome di Amato, già ministro del governo D’Alema prima e Prodi poi, fino a prova contraria, uomini di sinstra. Evviva il nuovo ed evviva il tecnico.

Se c’è realmente un’Italia democratica e civile, che ragiona e che non è carne da macello o cervelli all’ammasso, questa non può confondersi con i fomentatori e i loro seguaci piazzaioli. Ora più che mai il nostro Paese ha bisogno di teste pensanti e proposte costruttive, non di “aspiranti leader” e di comportamenti come quelli di ieri sera che ci facciano vergognare di noi stessi davanti al mondo.

Federica Di Gion


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