![]() Il cantautore Francesco Baccini |
![]() Francesco Baccini |
![]() L'intervista a Francesco Baccini |
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– “La sua morte eclatante ha schiacciato la sua vita”.
Con queste parole Francesco Baccini ricorda Luigi Tenco. Come in un gioco di sovrapposizioni, per le somiglianze fisiche e del carattere, il cantautore genovese ha voluto riproporre Tenco in chiave moderna. Vestendo le sue canzoni con magliette e jeans. Insomma con abiti da terzo millennio.
E’ così che è nato il suo ultimo album “Baccini canta Tenco” dall’omonimo spettacolo musicale che il cantautore sta portando nei teatri italiani da gennaio e che uscirà martedì 29 novembre. Ieri Baccini lo ha presentato al Viterbo al ristorante wine bar “Il Convivium” a piazza della Morte.
Da cosa nasce questa idea e perché proprio Luigi Tenco?
“Mah Luigi Tenco – rivela ai microfoni di Tusciaweb – perché è il primo cantautore che ho ascoltato. Lui e Fabrizio De André sono stati i miei maestri, mi hanno fatto scoprire cos’è una canzone e quanto contano il testo e la musica.
L’idea dello spettacolo è nata in macchina – racconta -. Mi sono detto che Tenco era l’unico artista italiano di cui non abbiamo visto un concerto perché, morendo nel 1967, non lo ha potuto fare. Ho pensato a come poteva essere uno spettacolo con le sue canzoni. Così è iniziata la mia ricerca. Ho lavorato da archeologo della canzone. Un’Indiana Jones della musica.
Alla fine ho ripreso ventidue sue canzoni e gli ho messo jeans e maglietta. Le ho vestite da terzo millennio. Ascoltandolo, ho scoperto il suo lato ironico e sociale. Credo nessuno lo conoscesse da questo punto di vista perché la morte eclatante ha schiacciato la sua vita. Nessuno conosce davvero la sua musica, ma tutti sanno come è morto”.
Con quale filosofia, lei e i suoi musicisti, vi siete approcciati a questo artista?
“Innanzi tutto da fan. E poi con grande rispetto, perché Tenco è un mito e come quando si restaura un’opera d’arte abbiamo cercato di non stravolgerla. Con Armando Corsi, che è uno dei più grandi chitarristi italiani, abbiamo fatto questo lavoro molto acustico, rileggendo le canzoni.
Il pubblico e la critica sembrano aver apprezzato. Ma il premio più bello è stato vedere spesso la famiglia Tenco ai concerti. Mi hanno detto anche che lui sarebbe stato orgoglioso di questo spettacolo. Il più bel complimento mai ricevuto”.
E’ sempre difficile personalizzare una canzone non propria. Nell’interpretare Tenco, pensa di esserci riuscito e come?
“Questo lo dovranno dire gli altri – dice -. E’ il mio primo album da interprete, perché normalmente scrivo le canzoni e faccio Baccini. Ma tra me e Tenco c’è quasi gioco di specchi. Di sovrapposizioni. Spesso ci scambiano. Le sue canzoni più ironiche sembrano mie. Noi non ce lo immaginiamo in questa veste, perché il più delle volte è mostrato in modo corrucciato e triste.
Nella sua parte più intimista, quella di “Voglia di innamorarmi”, per esempio, è chiaro che ho attinto da Tenco, perché, in questo gioco di specchi, mi riesce naturale”.
Infatti durante le esibizioni e di fronte al pianoforte, sembra molto coinvolto. Chi è Francesco in quei momenti?
“Sono io che interpreto Tenco – dice -. Poi c’è anche la somiglianza fisica. Da quando ho vent’anni mi chiamano Luigi. Perfino De André mi è venuto a conoscere agli esordi della mia carriera spinto da questa cosa. Qualche anno dopo che ci conoscevamo – racconta divertito – mi ha rivelato di essere venuto perché, una sera, guardando in tv gli sembrava di aver visto Tenco a colori. Ed era incuriosito. Anche lui trovava delle analogie tra noi due.
Luigi era molto diretto come me. La cosa che più mi piace è che era un intellettuale senza fare l’intellettuale. Usava un linguaggio che capivano tutti. Tutti capiscono le sue canzoni, anche se dentro c’è una grande poetica. Mi piace anche perché non è mai retorico”.
Ha conosciuto, appunto, Fabrizio De André. Cosa le ha lasciato questo rapporto e come l’ha influenzata musicalmente?
“Mah – ammette – non mi ha influenzato musicalmente. Vengo dalla generazione in cui le imitazioni non erano ben viste. Adesso invece si è apprezzati quando si somiglia a qualche artista. Per me uno è bravo se è originale. Per questo ho cercato di tenermi a distanza dalle cose che mi piacciono. Per quanto riguarda la nosrta amicizia, con Fabrizio abbiamo legato subito. Entrambi siamo genovesi, ci capivamo con uno sguardo. Senza dire troppe cose”.
Ha avuto esperienze in teatro e tv. Dove si è trovato meglio?
“Beh quando fai te stesso, puoi fare televisione, teatro o cinema. E’ lo stesso. E’ quando fingi di essere qualcun altro che iniziano i problemi. Io son me stesso. Sempre. Ecco – esita per poi confessare – forse non rifarei il reality Music farm, perché sono stato preso con l’inganno e mi sono ritrovato all’interno di una gabbia mediatica. Sono andato fuori di testa e sono impazzito.
Non lo rifarei perché per me la musica è altro. La tv usa la musica per i suoi fini. Non c’è una vera trasmissione di musica dall’epoca di Doc di Renzo Arbore. Sono passati venti anni. La musica in televisione è un sottofondo, una tappezzeria per una trasmissione. Se si parla seriamente di musica, in tv ce ne passa ben poca”.
Quali altri passioni ci sono nella sua vita?
“Ho iniziato a suonare a sei anni e non ho mai immaginato la mia vita senza musica. Anche quando per un per un periodo ho fatto lo scaricatore in porto o l’impiegato sapevo che erano lavori di passaggio. Non saprei nemmeno dire cosa avrei fatto se non fossi stato musicista”.
Ha insegnato al Dams di Imperia. Qual è il suo rapporto con i giovani e cosa consiglierebbe a un ragazzo che volesse iniziare questa carriera?
“Non ci sono scuole per imparare a scrivere una canzone. Esistono scuole per imparare a suonare uno strumento. Per scrivere, si devono ascoltare grandi figure di riferimento e poi cercare con la propria sensibilità di creare qualcosa di originale. L’originalità è tutto, altrimenti si diventa un prodotto che dura il tempo di una moda. L’artista deve emozionare, ma sul serio. Il tempo è l’unico metro di giudizio. Noi artisti di adesso siamo fortunati, perché riusciamo a vedere subito i risultati.
In passato invece, gli artisti venivano rivalutati solo dopo la morte.
Ricordo che De André – inizia a raccontare in tono confidenziale e con un marcato accento genovese -, l’estate che si ammalò, mi chiamò per dirmi che era depresso perché aveva annullato dei concerti per la prevendita bassa. Non passando in radio e tv era poco conosciuto dalle nuove generazioni. Dopo la morte, invece, è diventato più popolare di Lucio Battisti. Da non crederci. Nemmeno lui ci crederebbe se tornasse una settimana sulla terra. Io mi tocco – e fa ironicamente un gesto scaramantico -, ma per cantautori e musicisti, la morte è il più grande spot possibile.
Mi fa ridere che prima di morire De André avesse problemi a riempire teatri e oggi, invece, potrebbe riempire per settimane lo stadio di San Siro, con un pubblico sempre diverso. Incredibile, no?”.
L’anno scorso ha tagliato l’importante traguardo dei venti anni di carriera. Qual è il ricordo più bello e cosa, invece, le è mancato?
“Ma di ricordi belli ce ne sono tanti – dice con una punta di orgoglio -. A parte duettare con Fabrizio De André in Genova blues, cosa che lui non faceva con tutti, ho collaborato con artisti che ho sempre amato come Jannacci e Branduardi. Mi sono tolto tante soddisfazioni.
Ho vinto la targa Tenco e il festival di Saint Vincent. Ma soprattutto, ho fatto sempre quello che volevo. Quello che mi passava per la testa, senza mai limitarmi. E a volte ho pagato per la mia schiettezza. Da buon genovese non riesco però a far finta. Hai presente Grillo? Beh, noi siamo così diciamo quello che pensiamo, pagandone a volte le conseguenze. Ma va bene così”.
Progetti futuri?
“Martedì 29 novembre uscirà il disco, continueremo il tour per i teatri d’Italia e poi – anticipa – “Baccini canta Tenco” diventerà anche un film. Ci sono altre novità che non dico… Sono bilancia ascendente gemelli… siamo in 128 a lavorare… dentro di me ci sono tanti omini che lavorano, ma io devo fare il portinaio di tutti. Insomma ho altre cose in ballo”.
Paola Pierdomenico




