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“In quella casa non c’è stato nessun omicidio”

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Paolo Esposito

Paolo Esposito

Ala Ceoban

Ala Ceoban

L'avvocato Enrico Valentini

L'avvocato Enrico Valentini

L'avvocato Mario Rosati

L'avvocato Mario Rosati

Il pm Renzo Petroselli

Il pm Renzo Petroselli

I giudici Maurizio Pacioni ed Eugenio Turco

I giudici Maurizio Pacioni ed Eugenio Turco

Paolo Esposito va assolto con formula piena. Perché “in quella casa non c’è stato alcun omicidio”.

Si conclude così il ricorso in appello presentato dagli avvocati Enrico Valentini e Mario Rosati. 139 pagine rivolte alla Corte d’Assise d’appello di Roma per invitare i giudici a riconsiderare la sentenza di primo grado. Quella che, il 13 maggio scorso, condannò all’ergastolo il loro assistito Paolo Esposito e la sua compagna Ala Ceoban, per duplice omicidio e occultamento di cadavere. Le vittime sono Tatiana ed Elena Ceoban, madre e figlia moldave di 36 e 13 anni, scomparse da Gradoli il 30 maggio 2009. Uccise, per la Corte d’Assise viterbese. Ma non per i legali di Esposito che, nel loro ricorso, accusano i giudici di aver “seguito un filo assolutamente colpevolista”, cercando di “proporre l’equazione : mancanza di allontanamento volontario = omicidio”.

Numerosi i punti sui quali la difesa insiste. Dalla mancanza dei corpi e dell’arma del delitto, alle ricerche “assolutamente carenti” delle due donne. Dagli sms tra i due amanti, riferiti “esclusivamente al 2007”, due anni prima della scomparsa, alla fumosa dinamica dell’omicidio. “Un non meglio precisato fatto di sangue” che lo stesso pm Renzo Petroselli, titolare dell’inchiesta, non ha ricostruito nel dettaglio.

E poi il sangue. Quello di Elena manca totalmente. Nella cucina della villetta di Gradoli, in cui madre e figlia vivevano con Esposito, c’è solo quello di Tatiana. Tracce che, per la difesa, “possono essere sicuramente attribuite ad eventi fisiologici”. Tagli, in parole più semplici. Ferite accidentali che Tatiana potrebbe essersi procurata mentre cucinava.

Altro appiglio della difesa è la cella di Capodimonte, agganciata dal cellulare di Tatiana nella sua ultima telefonata delle 17,36 del 30 maggio. A quell’ora, per la Corte, la donna era sul bus che, da Viterbo, l’avrebbe portata a Gradoli. Ma quel bus non passa per Capodimonte. E, dato che “le possibilità che Tania non fosse sull’autobus ma si trovasse a Capodimonte ammontano al 75 % dei casi”, la difesa conclude che “i giudici hanno optato per la decisione meno probabile”. Ovvero: che il telefono della donna abbia agganciato comunque la cella sull’altra sponda del lago, con una probabilità del 25%.

Dubbi anche sulle modalità del ritrovamento dei passaporti di madre e figlia e del diario di Tatiana, per i legali “usato strumentalmente come rafforzativo di un movente che non avrebbe avuto alcun tipo di forza”, considerando “soltanto delle parti che facevano comodo all’indirizzo colpevolista” dei giudici.

“Esistono altre ipotesi alternative – concludono Rosati e Valentini – ma la Corte non ha voluto né vederle né percorrerle in quanto assolutamente contrarie al proprio preconcetto giudizio che si era creata sulla vicenda”.

Da qui, la richiesta di assoluzione di Esposito con formula piena. In via principale “perché il fatto non sussiste o perché lo stesso non lo ha commesso, non risultando provata al di là di ogni ragionevole dubbio la penale responsabilità dell’imputato”. In via subordinata “ridurre la pena a carico dell’appellante, posto che la stessa non è adeguatamente commisurata ai parametri di fatto e processuali accertati”.



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