![]() Ala Ceoban e il suo legale Pierfrancesco Bruno dopo la lettura della sentenza di primo grado |
![]() I giudici della Corte d'Assise viterbese leggono la sentenza |
![]() Paolo Esposito con i suoi legali il giorno della sentenza |
![]() Tatiana Ceoban, la 36enne moldava scomparsa |
![]() Elena Ceoban, la figlia di Tatiana |
– L’idea della premeditazione non regge.
Ne è convinto l’avvocato Pierfrancesco Bruno, difensore di Ala Ceoban, condannata all’ergastolo per l’omicidio della sorella Tatiana e della nipote Elena insieme all’amante-cognato Paolo Esposito.
Il legale della 26enne moldava ha appena depositato l’appello contro la sentenza di primo grado. Un ricorso molto più snello di quello della difesa di Esposito: una quarantina di pagine contro le 139 presentate dai legali dell’elettricista gradolese. Segno di una precisa scelta di campo.
“Non sono sceso nello specifico dei dati processuali – spiega l’avvocato -. Mi sono preoccupato soprattutto di far comprendere la logica sulla quale si sono basati i giudici per decidere di condannare Ala e Paolo. Una logica che, a mio avviso, non è proprio inappuntabile…”.
La sentenza della Corte d’Assise viterbese, secondo Bruno, poggia su basi fragili: il processo indiziario, i corpi mai trovati di Elena e Tatiana, la dinamica che non c’è. “Per i giudici viterbesi – continua l’avvocato – madre e figlia sono state uccise, ma non dicono come. E, per di più, parlano di premeditazione, dimenticando che, prima, dovrebbero essere confermati alcuni passaggi-chiave: la sicurezza che Elena e Tatiana non siano fuggite, il duplice omicidio e il fatto che, a compierlo, siano stati Paolo e Ala. Sicurezze, in merito, non ce ne sono. Come si può pensare, addirittura, a un omicidio premeditato?“.
La carta della premeditazione è decisiva per tratteggiare il ruolo di Ala in un ipotetico delitto. Un duplice omicidio premeditato giustificherebbe la presenza di Ala sulla scena del crimine. E quindi, il concorso morale che i giudici le hanno attribuito. Ma, per l’avvocato Bruno, è un’aggravante “forzata e che non regge”.
Senza contare le piste alternative che, per l’avvocato di Ala, sono state “vagliate in modo assolutamente superficiale”.
La conclusione, quindi, è la richiesta di revisione della sentenza di primo grado, assolvendo Ala perché il fatto non sussiste o per non averlo commesso.




