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Baby prostitute, parte il nuovo processo

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I giudici Maurizio Pacioni ed Eugenio Turco

I giudici Maurizio Pacioni ed Eugenio Turco

Il pm Stefano D'Arma

Il sostituto procuratore Stefano D’Arma, pubblica accusa al processo insieme al collega Fabrizio Tucci

L'avvocato Fabrizio Ballarini, legale di uno degli imputati

L’avvocato Fabrizio Ballarini, legale di uno degli imputati

(s.m.) – Baby prostitute, parte seconda.

Partirà il 20 aprile la seconda tranche del processo per lo sfruttamento di L. e A., le adolescenti romene portate a Viterbo sei anni fa e avviate al mercato della prostituzione.

La prima udienza del dibattimento era prevista per ieri mattina, davanti alla Corte d’Assise presieduta dal giudice Maurizio Pacioni (a latere Eugenio Turco). Ma, per un’errata notifica, è slittato tutto alla prossima primavera quando, in aula, saranno presenti anche i due imputati: C.D. e S.I., romeni come L. e A. e che, per i pm Stefano D’Arma e Fabrizio Tucci, avrebbero reclutato le ragazze per poi rivenderle ad Arthur Sulejmani, condannato a undici anni nella prima tranche del processo, conclusasi a febbraio.

Su C.D. (difeso dall’avvocato Fabrizio Ballarini) e S.I. pende l’accusa di sfruttamento della prostituzione, aggravata dal fatto di aver “esportato” le ragazze in Italia. Da qui, il nuovo processo in Corte d’Assise.

Lo stesso reato di sfruttamento della prostituzione fu contestato anche a Sulejmani e agli altri 11 coimputati del primo processo, alcuni dei quali dovevano rispondere dell’accusa ben più grave di riduzione in schiavitù.

Le due ragazze, delle quali si è persa ogni traccia, arrivarono in Italia nel 2005, quando avevano appena 15 e 16 anni. Secondo i magistrati D’Arma e Tucci, furono adescate con la scusa di lavorare in pizzeria, comprate per mille euro ciascuna, private dei documenti, minacciate di morte e violentate. Una delle due era anche rimasta incinta.

Ricevevano i clienti tra il “Palazzaccio” di via Cattaneo e un appartamento del centro storico. Non potevano uscire e se si rifiutavano di prostituirsi venivano picchiate. I guadagni venivano spartiti tra alcuni degli imputati: una parte ai “custodi” delle ragazze e una parte alla donna colombiana che affittava gli appartamenti del Palazzaccio. L’incubo finì il 23 marzo 2005, con il blitz della squadra mobile che portò alla liberazione di L. e A..

Diversa la versione delle difese: le ragazze erano libere. Si prostituivano già in Romania e avevano scelto di continuare a farlo. Non erano state “sedotte” con la scusa del lavoro in pizzeria. I patti erano chiari fin dall’inizio: in Italia si sarebbero prostituite e loro erano d’accordo. Nessuno le aveva segregate, né trattate da schiave. Avevano a disposizione dei cellulari che avrebbero potuto usare per chiedere aiuto. Ma non lo fecero mai.

La sentenza arrivò il 26 febbraio scorso. La Corte d’Assise presieduta dal giudice Italo Ernesto Centaro (a latere Franca Marinelli) assolse quattro imputati, condannando gli altri otto con pene, per alcuni, molto severe: dai sei mesi agli undici anni di reclusione. Gli avvocati aspettano ancora le motivazioni della sentenza, mai depositate.


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