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“Un’Italia di giovani in cui credere”

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Giorgia Meloni, durante una visita a Viterbo

Giorgia Meloni, durante una visita a Viterbo

-“Un’Italia di giovani in cui credere”.

E lei, Giorgia Meloni ci crede. L’ex ministro della gioventù non accetta l’immagine di un paese in cui i ragazzi sono presentati solo come bulli, veline e bamboccioni.

Il ministro più giovane della Repubblica ne è l’esempio. Ed esempi come lei ce ne sono tanti. La Meloni ha deciso di raccontare alcune di queste storie e raccoglierle nel suo libro “Noi crediamo” che presenterà lunedì 19 dicembre alle 17 al Class club, Cassia sud a Viterbo.

Perché ha scelto questo titolo?
“Perché credo che in un momento come questo – dice la Meloni – in cui rischia di vincere la disillusione e l’indignazione senza capacità di reagire, con la crisi economica e le altre difficoltà, ci sia bisogno di ricordare e di ricordarsi che, nella vita, quello che siamo è in buona parte frutto di quello che vogliamo essere. C’è sempre un modo di affrontare le crisi. Guardarle in faccia. E reagire. Lo dice anche la frase di sant’Agostino sulla quarta di copertina del mio libro: non è sufficiente l’indignazione se non si riesce ad accompagnarla con il coraggio di rimboccarsi le maniche e cambiare una realtà che non ci piace.

Credo poi che ora che si parla solo di bulli, veline e bamboccioni sia importante ricordare che c’è una quantità di persone che continuano a credere e che sulla base di quello in cui credono, costruiscono ogni giorno delle cose straordinarie. Spesso nella totale indifferenza”.

Con quale criterio ha selezionato i protagonisti del suo libro?
“Sono persone che mi è capitato di conoscere e incontrare quando ero ministro della Gioventù e da presidente del movimento giovanile. Sono storie che mi hanno colpito e come hanno insegnato qualcosa a me, penso possano insegnare qualcosa anche agli altri”.

Qual è il filo conduttore che lega i personaggi?
“Il titolo – afferma decisa, dopo una breve riflessione -. Sono persone che hanno una capacità di reagire, di credere in qualcosa e su quello riescono a costruire un progetto. Sono storie molto diverse: dal giovane precario che, nonostante le difficoltà, decide di creare una famiglia e mettere al mondo un figlio, all’imprenditore medico che, al di là delle sue regole etiche, riesce a vendere i suoi prodotti. C’è un ragazzo che ha perso la vita in missioni di pace per portare solidarietà a popoli più sfortunati. Oppure c’è la storia di Paolo Colli, fondatore di un’associazione ambientalista, un uomo straordinario che abbiamo perso per una brutta leucemia”.

E poi Goffredo Mameli…
“Quella è l’unica storia non contemporanea – spiega -. Volevamo costruire un filo conduttore con quei ragazzi che 150 anni fa hanno creduto nella possibilità di affrontare un esercito infinitamente più potente di loro e hanno realizzato una nazione dove prima non c’era. Se loro hanno fatto l’Italia 15o anni fa, anche oggi possono essere i giovani a fare l’Italia nuova”.

Come giudica la manovra? Il governo Monti è stata la soluzione adatta per uscire da questa crisi?
“Ero per le elezioni anticipate e continuo a esserlo. Non mi rassegno all’idea di governi che, seppure formati da grandi personalità, non siano il frutto di un’elezione o di una scelta dei cittadini italiani”.

E per quanto riguarda la manovra?
“Abbiamo contribuito molto a correggerla in fase parlamentare, dimostrando che la politica ha ancora molto da dire specie sul piano dell’equità. Con gli altri colleghi abbiamo portato a casa alcuni importanti novità: penso al contributo di solidarietà sulle pensioni d’oro o al fatto che sono stati alzati gli estimi catastali delle banche e non solo quelli delle case della povera gente. Abbiamo fatto un bel lavoro, complessivamente la manovra ha delle importanti novità. Certo non mancano delle criticità. Difficoltà che erano purtroppo irrinunciabili e necessarie. Stiamo accompagnando l’esperienza di questo governo, sperando però che si esaurisca con la fase di emergenza. Nel minor tempo possibile per permettere agli italiani di scegliere il governo”.

Silvio Berlusconi doveva tenere duro o ha fatto bene a dimettersi?
“Secondo me bisognava andare a votare…”, taglia corto.

Il berlusconismo è finito?
“Sinceramente non ho mai capito quale sia la definizione di berlusconismo. Quindi parlare di fine del berlusconismo è ‘na cosa che mi fa solo sorridere – dice, tradendo un chiaro accento romanesco -. Berlusconi è stato, negli ultimi diciassette anni, protagonista della storia d’Italia ed è ancora molto attivo nel Popolo della libertà. Credo solo che per il Pdl sia arrivato il momento di partire da una nuova fase, da nuova generazione, anche con Angelino Alfano. E’ ora di mettersi in gioco e di misurarsi ai massimi livelli. Ma questo non vuol dire che si debba fare a dispetto di qualcuno. Lo si fa in continuità”.

L’ex premier è intervenuto dicendo che Monti è disperato. Anche secondo lei è così?
“Non lo so. Sinceramente non ho parlato con Monti – ironizza -, però posso dire che rispetto a come erano sembrate facili le cose, facilissime probabilmente al professor Monti, in realtà poi il lavoro parlamentare e il dare delle risposte si è rivelato tutt’altro. Una cosa che, come tutti quelli che fanno politica sanno, richiede grande pazienza. Anche il premier se ne è reso conto ed è dovuto tornare indietro su alcuni provvedimenti contenuti nella sua manovra, introducendone di nuovi frutto della consultazione parlamentare. Monti si è reso conto di quanto sia stato anche per noi difficile lavorare in questi anni, stretti tra la crisi economica e la necessità di dare risposte in un clima particolare”.

Un bilancio della sua esperienza da ministro della Gioventù?
“E’ stata un’esperienza entusiasmante, nella quale abbiamo prodotto cose straordinarie – afferma -. Un ministero senza portafoglio che ha mobilitato 650 milioni di euro prevalentemente sui temi dell’occupazione, della casa e delle nuove opportunità per i giovani. Penso al pacchetto del diritto al futuro con il quale abbiamo istituito un fondo per garantire un mutuo per i precari e un altro per incentivare assunzioni a tempo indeterminato per i disoccupati e i precari che hanno dei figli. Abbiamo dato vita a campus di confronto tra i migliori laureati e i responsabili del mondo produttivo.

In tutto questo, abbiamo anche licenziato un provvedimento che speriamo sia portato avanti dall’attuale governo e che introduce il principio di equità tra generazioni: impedisce cioè quello che è accaduto finora in Italia ovvero che le classi politiche spendano più del dovuto, scaricando le conseguenze delle loro scelte sulle generazioni future. Ed è questo uno dei motivi per cui i nostri giovani ereditano il terzo debito pubblico del mondo. Introdurre una norma di questo tipo in costituzione eviterebbe alla politica di continuare a fare lo stesso errore”.

Cosa comporterà la crisi ai giovani?
“Purtroppo i giovani pagano la crisi più degli altri. A partire dal debito pubblico, per finire al sistema del welfare, delle pensioni e del mondo del lavoro che ha distribuito garanzie non equamente, lasciando fuori dalla cittadella di garantiti i nuovi lavoratori e in particolare le nuove generazioni. In questi anni passati noi abbiamo costruito strumenti molto importanti per evitare che questo accadesse. Qualcosa di interessante c’è anche in questa manovra. Se si mette mano al sistema del welfare e delle pensioni lo si fa soprattutto per redistribuire diritti tra generazioni diverse. Mi auguro si possa costruire un’Italia più giusta per questi ragazzi. Ci vuole tempo, ma noi ci crediamo. Non dobbiamo smettere di credere in noi stessi. Nella nostra possibilità di farcela. Nell’Italia. E nella capacità di essere più forti se determinate sfide le affrontiamo tutti insieme”.


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