– Tutto quello che avreste voluto (e dovuto) sapere sulla crisi e che nessuno vi dirà mai. Con Nicola Rossi, economista, senatore (gruppo misto) e presidente dell’istituto Bruno Leoni, è iniziata la serie d’incontri Idee@informazione alla Scuola Edile in via Volta, voluti da Unindustria, dall’ente Scuola Edile e da Tusciaweb, con la collaborazione dell’associazione I-deas. A intervistarlo, il direttore del quotidiano on line Carlo Galeotti (video).
Uno confronto con un rappresentante vero del pensiero liberale e che non ha fatto sconti a nessuno.
A una manovra iniqua che si abbatte su famiglie e imprese, che non tocca il settore pubblico e nemmeno al premier Mario Monti. Non proprio il salvatore della Patria così come molti lo dipingono.
Sulla crisi italiana sono stati commessi errori a luglio, in occasione della manovra con Berlusconi presidente del consiglio, ma pure a dicembre, a cambio della guardia avvenuto. “Perché i mercati vanno anticipati e non seguiti – spiega Rossi .
Fare solo il minimo sindacale lascia il problema dove sta e fa capire a chi opera sul mercato che le difficoltà ci sono tutte”.
A dicembre nuova manovra con un nuovo premier e stessi errori. “A fine anno è stato fatto quello che in realtà andava messo in pratica a luglio, con l’intervento sulla previdenza, che è l’unica parte salvabile.
Per il resto ci siamo solo caricati di tasse che potrebbero rivelarsi inutili. Nei prossimi tre mesi e mezzo dobbiamo rinnovare 160 miliardi di euro di debito e non possiamo permetterci d’incappare in problemi”.
Serviva ben altro.”Abbiamo 300 miliardi di patrimonio pubblico da vendere su 700, due reti Rai, la Sace, Bancoposta, ma non si è fatto nulla. Stiamo commettendo gli stessi errori del 1997. E’ sbagliato ritenere che problemi di finanza e debito si possano risolvere con una gestione ordinata della finanza pubblica. Ci vuole, ma da qualche parte bisogna tagliare”.
Possibile che Monti non se ne sia reso conto? “Occorre mettersi in testa che un Paese con un operatore pubblico più piccolo non per forza è un Paese più debole. Se rimane pubblico un solo canale tv o se le Poste vanno sul mercato, non succede nulla di grave.
Invece la manovra di aggiustamento si abbatte sul fronte privato e per il pubblico non fa niente. La principale iniquità è questa. Il carico è tutto sulle imprese e le famiglie. Non ho sentito discutere d’altro.
Un’obiezione che mi si fa è che serviva fare cassa, ma una cosa non ne esclude l’altra, oppure si dice come il mercato non sia capace d’assorbire le vendite. Ma il punto non è vendere.
Si costituisce una società in cui si mettono tutti i beni da dismettere e questa società emette titoli garantiti dal patrimonio. Con simili condizioni le banche farebbero le corse per acquistarli. E con i soldi ottenuti si ripagherebbe lo stato.
Oggi abbiamo beni per quaranta miliardi di euro non utilizzati per fini istituzionali, non si può fare proprio nulla?
E’ la prima cosa fare per abbattere il debito pubblico, poi arriva il rigore sulla finanza pubblica. Non con imposte, ma con i tagli. Temo che sia stata un’occasione non colta”. Ormai passata.
In tempi di crisi la gente sente molto il problema dei privilegi della casta. “Io mi chiedo quali siano i veri costi della politica. Ho la netta sensazione che non siano viaggi aerei, il ristorante, ma che siano nascosti ad esempio dentro la Milano – Serravalle o in Finmeccanica come in molte municipalizzate.
Si fanno chiudere i ristoranti, ma la Milano – Serravalle non si vende. La polpa sta li?”. Fonti di potere, come le Province.
Quando si taglia però, non sono operazioni a costo zero. “La Camera ha dismesso un palazzo e il giorno dopo erano per strada i dipendenti della cooperativa che lo puliva. Occorre dire a chi ha perso un lavoro che il suo impiego era sussidiato dal Paese, ma oggi non se lo può più permettere. L’elenco sarebbe lungo”.
Per evitare il rischio default l’Italia si è affidata all’Europa. “Se qualcosa va storto, il passo successivo è chiedere l’assistenza finanziaria, un reale commissariamento per almeno due anni. In Grecia le conseguenze sono pesantissime.
Io a un governo tecnico una sola cosa avrei chiesto. Evitare tutto questo”.
Le politiche della crescita, invece, possono prendere due strade. “Si chiede allo Stato d’intervenire a sostegno dell’economia o si danno agli italiani le risorse, confidando nel fatto che sappiano come utilizzarle, ovvero ridurre le tasse. Con la prima strada non si va da nessuna parte, l’abbiamo visto per venti anni”.
Bisognerebbe tentare la seconda, magari liberando i cittadini da lacci e laccioli, da una burocrazia asfissiante, se è vero che un economista come Rossi è portato a dire d’avere serie difficoltà nel compilare la dichiarazione dei redditi senza il timore di sbagliare qualcosa. Come molti italiani. Qualcosa non funziona.
“Oggi vediamo che la lotta all’evasione fiscale è in aumento, crescono le somme recuperate, ma pure le stime sull’evasione sono in crescita. Il sistema non funzione. Recuperiamo di più, ma si evade di più. Non si manda il messaggio per cui lo Stato offre servizi e si devono pagare le tasse”. Non sarebbe una buona pubblicità. “Perché i servizi sono scadenti”.
Un ultimo passaggio politico, la sua uscita dal Pd. Rossi è iscritto al gruppo misto del Senato. “Avvertivo l’irritazione di chi mi stava vicino quando parlavo. Non è bello per uno come me, cosciente che la disciplina di partito conta. Del resto, se taccio ho la stessa sgradevole sensazione.
Il Pd non è mai nato e io ho commesso un errore. Nella seconda metà degli anni novanta ritenevo che la cultura della sinistra fosse permeabile e disposta a mettersi in discussione, come accaduto altrove. Un mio clamoroso errore. La cultura di sinistra è contenta così com’è, non è interessata a prendere elementi da altri. Ed è lo specchio dei suoi militanti.
Mi sono fatto un film che non c’era”.
Giuseppe Ferlicca





