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A proposito di caste…

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Valerio De Nardo

– Io appartengo alla casta generalista dei dipendenti pubblici, che al suo interno ne ha alcune più particolari, come quella giudiziaria o la baronìa universitaria.

Esse, però, stanno dentro il perimetro del circuito democratico e, con maggiore o minore forza negoziale, difendono le proprie posizioni, così come fanno notai, avvocati, farmacisti, tassisti e via discorrendo. In fondo anche il ceto politico e quello sindacale sono un po’ finiti sulla stessa strada di autopromozione e autodifesa, ma in qualche modo stanno alla luce del sole.

Mi preoccupano perciò molto di più le caste occulte, quelle illegali, fino a quelle criminali. Forse si riflette poco sul fatto che la crisi economica e finanziaria che stiamo attraversando farà probabilmente affermare “sul campo” la nuova borghesia mafiosa, non a mezzo di kalashnikov, ma semplicemente usando l’enorme massa di liquidità di cui ‘ndrangheta, camorra e cosa nostra dispongono.

Pertanto, pur non condividendo nel merito alcune affermazioni di Ugo Sposetti, mi sento però di condividerne il richiamo ad abbandonare le pulsioni populistiche, che rischiano di far danni seri.

Non c’è dubbio che l’ipertrofia degli apparati politici abbia dato vita a quelle degenerazioni che Enrico Berlinguer intravedeva e denunciava già 30 anni fa. Ma è pur vero che sull’onda emozionale si rischia di compiere scelte affrettate e grossolane (come è il caso dell’articolo 23 del decreto Stella-Rizzo (oh, pardon, decreto Monti) riguardo alle province).

In questo senso mi convince l’idea che necessiti una modifica degli assetti di governo a tutti i livelli, eliminando duplicazioni, sprechi ed anche privilegi inaccettabili, spingendo il più possibile affinché la politica torni ad essere una attività di servizio gratuita, purché non diventi l’hobby della casta dei ricchi. Insomma aboliamo i vitalizi, ma attenzione alla eterogenesi dei fini!

Sono lieto che nel Pd si sia aperto un dibattito intenso su questi temi. Ma il problema più rilevante è che in Italia di riforme vere, profonde, non se ne fanno più da oltre 30 anni. E’ tale, purtroppo, l’effetto perverso di questa politica autoreferenziale. Non si fanno riforme dai tempi in cui maggioranza e opposizione sapevano assumersi insieme le responsabilità perché, nonostante le differenze culturali e politiche, condividevano da posizioni cattoliche, socialiste, comuniste, liberali comuni prospettive di evoluzione sociale.

Non penso infatti sia una riforma di questo tipo quella che mi fornisce la prospettiva, da qui al 2034, di lavorare fino a quasi 69 anni: tutt’al più è una odiosa toppa su un buco. Penso lo sia invece, ad esempio, la legge 180 del 1978, ispirata dalla visione e dalla pratica psichiatrica di Franco Basaglia, che pose l’Italia all’avanguardia mondiale per il quadro delineato a favore della cura e dell’assistenza per le malattie mentali, facendo compiere al nostro Paese un vero salto di civiltà.

Se tale riforma non si è riusciti ad attuarla completamente è anche colpa della degenerazione della politica. Lo è quando i bilanci sanitari del Lazio sono scassati e il personale non basta, le strutture chiudono e sono fatiscenti e tutte le difficoltà ricadono sulle famiglie e sugli individui.

E’ questo l’effetto perverso che denuncia l’Afesopsit, l’associazione dei sofferenti psichici e dei loro familiari della Tuscia, che sta presidiando senza sosta piazza del Plebiscito a Viterbo fino a che non arriveranno le risposte richieste. Non è un problema “loro”, è una questione che investe tutti “noi”, in una società dove il disagio, la sofferenza, l’ansia, la paura sono sempre più diffuse in ogni dove, ma sempre più relegate nelle solitudini, nascoste da sorrisi smaglianti e corpi sempre in forma, quelli femminili possibilmente tonici e scoperti.

Per questo mi permetto non solo di sostenere l’iniziativa dell’Afesopsit, ma di ringraziare Vito Ferrante e le donne e gli uomini che in questi giorni non solo chiedono sostegno, ma reclamano diritti e dignità, attenzione e coesione sociale. Insomma fanno politica!

E’ di fronte a tali situazioni, nell’incapacità delle istituzioni di garantire la rete dei diritti di cittadinanza, che questa roba dei vitalizi agli assessori esterni grida vendetta. Daje giù alla casta politica, allora! Tagliamole questo e tagliamole quello! Anche se in fondo io preferirei una ceto politico pagato bene e in grado di far funzionare le cose piuttosto che pagato peggio ma sempre più incapace di incidere positivamente nella realtà.

Valerio De Nardo


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