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Teatri e cinema chiusi o a pezzi…

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Alfonso Antoniozzi

Alfonso Antoniozzi

– A voler tirare le somme della situazione teatrale viterbese, non si può fare a meno di imbattersi in quello che, a tutti gli effetti, è un bollettino di guerra.

Il Teatro dell’Unione, che già quando era aperto non brillava né per numero di spettacoli proposti né per ingegnosità nella programmazione, è chiuso per restauri e riaprirà Dio sa quando ma soprattutto Dio sa come, considerando che non si intravede all’orizzonte un serio progetto di rilancio della sala del Vespignani.

Il Teatro San Leonardo, che di fatto funzionava in modo egregio come sala cinematografica quando si chiamava familiarmente “Il Pidocchietto” ma che è andato irrimediabilmente rovinando da quando ha ricevuto, almeno nominalmente, una dignità teatrale, ha i camerini irrecuperabili, la graticcia pericolante, la galleria inabitabile, gli uffici che cadono a pezzi e voci di corridoio insinuano che il suo futuro possa essere quello di diventare un albergo (non ne abbiamo bisogno), un unità immobiliare (non ne abbiamo bisogno) o un ostello per la gioventù, la quale verrebbe a Viterbo a far cosa non si sa esattamente.

A supplire pietosamente alla carenza di offerta in materia di spettacoli, l’Auditorium di Santa Maria in Gradi fa quello che può con quello che ha, allestendo una stagione sostanzialmente cabarettistica (senza con questo voler nulla togliere a questa nobile arte) e in larga parte costituita da one-man-shows. Altro non si può fare in una sede come quella, cara grazia che riescano ad ospitarci dentro degli spettacoli sia pure con l’aiuto, orribile a dirsi per chi ama il teatro, dei microfoni, indispensabili in una sala progettata, a parere sindacabilissimo di chi scrive, senza tener conto delle più elementari leggi acustiche.

Di produzioni, neanche a parlarne. A Viterbo continua a regnare sovrano il concetto dell'”ospitata”, e poco importa se da sempre questo ha contribuito a far del nostro territorio una zona di conquista piuttosto che una fucina di talenti.

Il nostro sindaco, che so per certo essere amante del teatro, deve essere piuttosto disperato. Se poi amasse anche il cinema, allora sono sicuro che si starà stracciando le vesti.

Il cinema Azzurro è chiuso, insieme al Metropolitan, al Lux e (da tempo immemorabile) al Cinema Corso.

Regge ancora per poco il Cinema Teatro del Genio, per il quale si prefigura presto una chiusura per restauri che dovrebbe trasformarlo nell’ulteriore teatro cittadino, intenzione lodevolissima se, come l’esperienza insegna, non fosse accompagnata dal legittimo sospetto di dover diventare l’ulteriore teatro che allunga la lista dei teatri viterbesi aperti a singhiozzo, se non addirittura chiusi e improduttivi.

Di fatto, presto l’unica offerta cinematografica viterbese sarà esclusivo appalto del Cine Tuscia Village di Vitorchiano, solo esempio al mondo di cinema le cui sale prendono risibilmente il nome dei vari sponsor.

Resta fuori da questo cahier de dolèance il Cinema Teatro Trieste. Il grazioso piccolo locale, nato inequivocabilmente come sala parrocchiale, si è affrancato da questa restrittiva definizione offrendo film non solo per le famiglie ma anche destinati al grande pubblico, proponendo la migliore cinematografia italiana e mondiale in tempi reali, con solo una o due settimane di ritardo rispetto alle uscite in sale più “nobili”, con un biglietto d’ingresso ridotto rispetto agli altri cinema e quindi con un’altissima risposta di pubblico giovane e giovanissimo.

A questa attività ha affiancato rassegne cinematografiche a tema, cineforum, incontri con autori e/o con registi affollando le sue serate di studenti universitari come pure di maturi cinefili, e ha organizzato proiezioni per le scuole con dibattiti e approfondimenti studiati con i docenti.

Possiamo dire in tutta tranquillità che, con un silenzioso e costante lavoro degli ormai ben esperti gestori, ha fatto cultura, non solo per il quartiere che lo ospita, ma per tutta la città.

All’attività cinematografica si è affiancata dal 1993 quella teatrale: l’associazione culturale “Teatro di Carta”, fortemente voluta dal compianto don Sebastiano Fasone, ha trovato nel Trieste una degna cornice per oltre 200 saggi teatrali scolastici e per gli spettacoli dell’associazione, e ha aggregato in questi anni migliaia di ragazzi e giovani, grazie alla fiducia accordatagli dalle almeno 4000 famiglie coinvolte in tanti anni di attività, senza alcun sostegno pubblico.

Negli ultimi tempi, poi, grazie alla lungimiranza dei gestori ed anche ai piccoli ma impegnativi investimenti in luci, fonica e sipario (totalmente realizzati a proprie spese, senza alcun contributo) la sala iniziava ad essere sempre più spesso richiesta da giovani musicisti o da compagnie di teatro amatoriale, anche della provincia: perché altro palcoscenico, in città, non c’è.

Di fatto, da alcune settimane, giungono da più parti voci circa una imminente nuova gestione del Cinema Teatro Trieste, uno dei pochi punti culturali in crescita costante negli ultimi venti anni in questa nostra apatica e distratta città.

Il proverbio che dice “cavallo che vince non si cambia” evidentemente non trova applicazione a Viterbo, che invece di accorgersi di una realtà propositiva e magari decidersi, se non ad aiutarla in liquido, a riconoscerne i profondi meriti aggregativi in tempi in cui non si sa come togliere i ragazzi dai temibili crocicchi prossimi ai bar, preferisce cambiare la gestione di questo così ben oliato giocattolo culturale.

Tremo al pensiero che venga passato, come spesso capita, in mani inesperte o, ancora peggio, ai soliti improvvisati esperti che hanno la responsabilità di aver creato il tristissimo quadretto culturale che ho esposto all’inizio di questo articolo.

Se tutto questo avesse un senso, una morale, se ci fosse dietro un progetto che io non riesco a intuire vi prego, fatemelo sapere. Ma fate presto, prima che sia troppo tardi anche per il Cinema Teatro Trieste.

Alfonso Antoniozzi


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