– La scomparsa di Alberto Ciorba, conosciuto da tutti come il “commendatore” è una grande perdita per Viterbo. La sua bontà, il suo altruismo, l’amore verso la sua famiglia e verso il prossimo erano visibili in ogni sua azione quotidiana. Era sempre sorridente, disponibile e gentile con tutti. Imprenditore edile, venuto dalla “gavetta”, ha sempre manifestato con entusiasmo l’amore verso il suo quartiere (se c’è la facoltà di Scienze politiche a Pianoscarano in parte lo dobbiamo anche a lui) e verso la sua città con le numerose iniziative da lui sostenute.
Ho avuto il piacere e la fortuna di conoscerlo fin dagli anni Sessanta, io ero piccolo, quando Alberto frequentava, per motivi di lavoro, il laboratorio artigiano di fabbro-meccanico della mia famiglia in via Faul a Viterbo.
E in questo posto, intorno agli anni Quaranta, prima dell’officina da fabbro, era in funzione ancora il settecentesco Molino di farina e di olio di casa Chigi, oggi diventato ristorante-pizzeria.
Quando ho avuto modo di ascoltarlo, Alberto Ciorba in diverse occasioni, non mancava mai di ricordare suo padre Remigio quando faceva il “capoccia” presso il molino. Parlarci era gradevolissimo. E i suoi ricordi lo erano ancora di più. Mi raccontò dell’esperienza di suo padre presso questo molino trivalente (si macinavano infatti tre prodotti: olive, grano e “cappuccetti” delle ghiande per ricavarne una sostanza importante per la concia delle pelli) “…e quanno d’inverno l’acqua gelava – raccontava il commendatore – mio padre Remigio doveva anna’ a roppe ‘l ghiaccio pe’ fa’ riparti’ la rota a cassette che dava movimento alla macina”.
Gente d’altri tempi che “quanno se faceva l’olio bisognava fa i turni e anna’ a dormì sopra la soffitta”. Erano tempi in cui nella Valle di Faul c’erano diversi insediamenti produttivi come il mattatoio, l’officina del gas, la concia delle pelli, un’azienda agricola del Consorzio agrario e alcuni terreni coltivati di proprietà di Micara. E il commendator Alberto Ciorba, in questo ambito, si faceva sempre promotore nell’organizzare cene, magari a base di trippa, e non solo, portata direttamente da Gajardino, uomo tuttofare del mattatoio, in compagnia di Riziere, custode dell’officina del gas, e di altri diversi amici. Erano tempi in cui, “fuori Porta Faul” abitavano personaggi caratteristici viterbesi: la “Caterinaccia”, Jimmy e Alfio.
Tempi in cui il “commendatore” aveva ancora, davanti a se, mezzo secolo da “consumare” in attività benefiche per la città di Viterbo. E oggi per descriverle tutte ci vorrebbe un elenco lunghissimo.
Era un amante della storia e un conservatore nel vero senso della parola. Gli piaceva, tra le altre cose, per rispetto del passato, raccogliere attrezzature agricole antiche e arnesi di mestieri ormai scomparsi. Teneva tutto in alcuni locali di sua proprietà a Pianoscarano.
Il suo sogno era quello di realizzare un museo delle tradizioni popolari a Viterbo. Mi ricordo che, diversi anni fa, per promuovere questa iniziativa, organizzò una cena nella sua taverna e invitò alcuni docenti universitari. Tra gli altri il rettore Marco Mancini e i professori Giovanni Solimine e Piero Innocenti.
Nel condurre la visita alla sua collezione, con orgoglio, Alberto Ciorba fu il professore tra i professori e spiegò a tutti a cosa serviva lo “schifetto”, la “scotola”, il “monnolo”, il “sergente” e tanti altri diversi attrezzi caratteristici viterbesi.
Nell’amare gli oggetti del passato sembrava quasi che il “commendatore” esaltasse la parte più sacra e inviolabile del tempo, come scrisse Seneca: “quella che sta al di sopra di tutti gli eventi umani e fuori dal dominio della sorte”. Possedere gli oggetti era per lui come avere il passato nel presente, davanti ai suoi occhi.
Ma Alberto Ciorba era innamorato più di tutto della sua famiglia, dei figli e della moglie. Quest’ultima era tifosa della Roma. Mi capitò di incontrare i coniugi Ciorba, negli anni Ottanta, alle cene giallorosse del Roma Club Viterbo organizzate, tra gli altri, dai compianti tifosi Luigi Massatani e dal barbiere Fulvio Lucaccioni.
Come in tantissime altre occasioni si rideva e si scherzava tra gente semplice che amava la vita.
E Alberto amava la vita.
E io lo vorrei ricordare così: sorridente insieme a sua moglie.
Silvio Cappelli
