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Iozzelli, Andreotti e… Renato Zero

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Andrea Belli (Scuola edile), Domenico Merlani (Unindustria) e Nando Gigli

Nando Gigli intervistato da Carlo Galeotti

Idee@informazione – Intervista a Nando Gigli

 

– Crede nella famiglia, ascolta Mina, ma anche Renato Zero, pensa che Viterbo meriterebbe un sindaco diverso e se gli si ricorda che per decenni molti pensavano che non si muovesse paglia senza il suo placet, lui replica di non essere padrone nemmeno a casa sua (video).

Rodolfo Gigli si racconta. Il privato, la sua famiglia d’origini umili, padre tassista e madre casalinga e il pubblico: quasi sessant’anni di politica in due ore di colloquio.

Protagonista degli incontri viterbesi di Idee@informazione, iniziativa di Unindustria, Ente scuola edile  e Tusciaweb, intervistato dal direttore Carlo Galeotti non sfugge alle domande e non nasconde quello che pensa, del sindaco Giulio Marini, ad esempio.

“Una persona simpatica – risponde Gigli –. Viterbo però ha bisogno di un sindaco diverso. Serve più coraggio, determinazione, idee chiare. Forse Marini è stato distratto da altri impegni.

E’ tempo che si dedichi di più alla città.

Quando ero sindaco io, entravo alle nove del mattino e a volte uscivo anche alle dieci di sera, quindi giravo la città, i quartieri”. E su un eventuale Marini bis: “Se è questo che il popolo vuole…”.

Difficile dire oggi chi comandi a Viterbo. “Il mio timore è che non comandi nessuno, si vive alla giornata, sulla spinta di questo consigliere o di quel gruppo di consiglieri”.

Classe 1935, sindaco di Viterbo, presidente della Regione e assessore, segretario regionale Dc, deputato, i suoi inizi nella politica risalgono al 1953. Gigli, un andreottiano sui generis.

“Mi avvicinai quando Attilio Iozzelli era candidato alla Camera. Avevo venti anni. Poi nel 1963 fui eletto segretario cittadino della Democrazia Cristiana, ma in modo fortuito.

La componente andreottiana non si accordava sul candidato e proposero me. Io mi sono sempre ritenuto un andreottiano atipico. Di riflesso. Lo era Iozzelli e quindi anche io.

Andreotti comunque rimane una delle personalità politiche più capaci che l’Italia abbia espresso. E’ stato un grande statista, non ho mai creduto alle accuse che gli sono state rivolte. A quei livelli si finisce per entrare in contatto con tanta gente, ma non significa che si sia coinvolti o partecipi”.

Nella Dc apprezza De Mita, mentre Fanfani lo ha conosciuto relativamente. A Viterbo Rosato Rosati era un fanfaniano. “Io ero la maggioranza del partito, lui una piccola minoranza, ma riconoscevo passione e impegno, quindi ho operato per consentirgli di avere avere il giusto spazio in provincia e dentro partito.

Fui io a proporre di eleggerlo a sindaco di Viterbo, una volta concluso il mio mandato”.

In politica è bene vincere, ma non stravincere. “Gli avversari vanno dimensionati, ma non uccisi politicamente. Se li si indebolisce troppo, occorre lavorare per farli ricrescere. E’ un errore dentro il partito impedire che ci sia un’opposizione”.

Il ciclone tangentopoli cambiò tutto. “L’ho vissuta male seppure non sono stato sfiorato da queste vicende. In quel periodo chi faceva politica si sentiva sotto l’occhio vigile della pubblica opinione.

Tra i banchi in Regione ci salutavamo e scherzando ci dicevamo, sei ancora libero mi fa piacere”.

Con la fine della Dc, Gigli ritenne conclusa anche la sua carriera politica, con lo scadere del suo mandato in Regione. Ma non passò molto tempo lontano. Fu contattato dai dirigenti locali di Forza Italia, “Per un po’ ritenni che il partito potesse essere il naturale successore della Dc, non era un organizzato, magari serviva la mia esperienza. Volevo dare un contributo, ma mi resi presto conto che non era molto gradito. Vinsi il congresso e anche questo non piacque”.

L’allontanamento fu lento, ma inevitabile. “A un incontro a Roma mi fu detto chiaramente che mi erano grati per i risultati ottenuti, ero stato stato eletto consigliere regionale, ma il partito era loro, di quelli della prima ora. Da lì è iniziato il distacco.

Eletto presidente della Regione Storace nel 2001, preferii andarmene e fui candidato alla Camera, ma fu un’esperienza deludente, relegato a peone, decisi di non ricandidarmi”.

Quindi l’addio a Forza Italia. “Ma avevo ripreso con la politica e non volevo smettere, mi sono guardato attorno e la scelta era tra Margherita e Udc, scelsi quest’ultima”.

Giuseppe Fioroni è il suo “figlio” politico? “Io di figlie ne ho due e basta. Ho visto in lui qualità e i fatti me lo hanno confermato. Ha grandi capacità ed è un gran lavoratore. A un certo momento le strade si sono divise, capita”.

Con Giancarlo Gabbianelli il rapporto è stato conflittuale. “Siamo due persone con culture e formazioni diverse, siamo destinati fatalmente a trovarci su posizioni contrastanti. Gli rimprovero solo la concezione autoritaria e personale nella gestione.

Per me la politica è confronto e partecipazione. Lui è il tipo che arriva e dice, io sono il sindaco e questa è la giunta.

Come capogruppo di Forza Italia non mi trovai d’accordo, ma lui non indietreggiò. O così o andava avanti da solo e noi gli abbiamo detto vai.

Non siamo entrati in squadra, ma dopo pochi mesi ha dovuto rivedere le sue posizioni, non aveva i numeri”.

Ha paura di qualcosa Rodolfo Gigli? “Che la fine si avvicini, gli anni passano. I miei obiettivi politici oggi sono aspettare che si concluda la mia esperienza nelle istituzioni e quindi quella politica”.

Giuseppe Ferlicca


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