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“Quando è arrivato in ospedale, non respirava già più…”

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L'accappatoio del piccolo Rocco

Il pigiamino del piccolo Rocco

Uno dei flaconi di metadone mostrati in conferenza stampa dai carabinieri

Uno dei flaconi di metadone mostrati in conferenza stampa dai carabinieri

“Quando lo abbiamo adagiato sul lettino del pronto soccorso era già morto. Abbiamo cercato di rianimarlo, ma era troppo tardi”. Così racconta il medico Elio Tagliaferri, tra i primi a soccorrere il piccolo Rocco Pellegrini, il bimbo di appena un anno morto dopo aver ingerito metadone.

E’ il 28 ottobre 2008. Da Sutri, il bambino arriva all’ospedale di Ronciglione nel tardo pomeriggio. La madre grida. Il padre è stordito. E Rocco, secondo il medico, già non respira più.

“Era pallido e freddo – ha spiegato Tagliaferri, ieri pomeriggio, al processo per omicidio colposo ai genitori di Rocco -. Il padre ci disse che aveva preso un po’ di metadone. Poco poco, ha aggiunto subito la madre… Si erano accorti che lo aveva bevuto, ma non sembrava aver accusato malori, tant’è che, dopo, gli hanno dato anche del latte. O almeno così ci hanno detto”.

Tra i sei testimoni di ieri, Tagliaferri è quello dai ricordi più nitidi. Gli altri, tutti operatori sanitari che cercarono di soccorrere Rocco, hanno cancellato quasi tutto di quel giorno.

Il pm Stefano D’Arma incalza. Vorrebbe sapere cosa hanno detto di preciso i genitori a medici e infermieri. Ma se ai primi interrogatori i testimoni descrissero il fatto con dovizia di particolari, oggi faticano, dopo tre anni, a mettere a fuoco quel pomeriggio.

Due i punti sui quali insiste il magistrato: quanto metadone ha preso Rocco? E, soprattutto, quando? La madre avrebbe detto che ne aveva bevuto solo un po’ e poco prima del trasporto in ospedale. Ma per la pubblica accusa tra l’incidente e la corsa al pronto soccorso sarebbe passata almeno un’ora. “Ai genitori – ha ricordato il pm – si contesta proprio di non aver portato subito Rocco all’ospedale, ma di averlo prima allattato e poi messo a dormire”.

Sul banco degli imputati, oltre alla madre e al padre del piccolo, difesi dall’avvocato Antonio Stellato, anche un uomo di Vetralla, che avrebbe lavorato per la coppia come giardiniere. Gli si contesta di aver ceduto una dose di hashish al padre del piccolo. Circostanza che sarebbe emersa durante le indagini sulla morte del bambino. Ad assisterlo, l’avvocato Francesco Massatani.

Il giudice Eugenio Turco ha fissato la prossima udienza per il 16 maggio. Saranno sentiti altri cinque testimoni dell’accusa, tra cui un vicino di casa della coppia e un’infermiera dell’ospedale ronciglionese.

Stefania Moretti


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