– In questi giorni innevati è inevitabile che sorgano e si alimentino polemiche scivolose come lastre di ghiaccio.
Previsioni metereologiche discusse e insufficienze organizzative vengono agitate sul tavolo da ping pong delle dichiarazioni, mentre scuole chiuse e coltri bianche fanno la felicità dei bambini e la preoccupazione degli adulti.
Viene alla mente la bella interpretazione della compianta Mia Martini, che portò al festival di Sanremo “La nevicata del ‘56”, canzone che rievoca un fenomeno riprodottosi oggi, quasi mezzo secolo dopo, anche in termini di date: il freddo e la neve investirono infatti la penisola dall’inizio di febbraio di quell’anno per più di tre settimane consecutive.
Si tratta di fenomeni eccezionali, non c’è dubbio, ma destinati a esserlo forse sempre meno. Il cambiamento climatico, dicono gli esperti, sarà sempre più segnato da fenomeni “estremi”.
In questi giorni, però, al di là della difficoltà e delle polemiche di fronte alla quale ci si è trovati, ho condiviso soprattutto le riflessioni di coloro che hanno scritto della nostra fragilità. Della fragilità degli enti locali, dello Stato, delle reti energetiche e infrastrutturali, della logistica degli approvvigionamenti.
Certo è difficile non sorridere davanti all’infantilismo di qualche politico che, dinanzi alla inadeguatezza propria e dell’amministrazione che pro tempore guida, cerca qualcuno su cui scaricare colpe e responsabilità. Certo è doloroso pensare ai limiti di un sistema pensato per gestire il mite clima mediterraneo e rivelatosi disastrosamente insufficiente a fronte di qualche centimetro di neve.
Ma penso sarebbe molto più utile che ciascuno di noi non rimanesse sorpreso, attonito, non andasse alla ricerca di un qualche responsabile di turno, non cercasse il capro espiatorio più a portata di mano, bensì facesse i conti con la propria fragilità, individuale e sociale, che cercasse le ragioni profonde per le quali qualche centimetro di neve possa mettere in crisi il nostro way of life.
Come la crisi economica e finanziaria, anche questa “emergenza neve” interroga le nostre false sicurezze, l’abitudine a considerare che tutto sia programmabile, prevedibile, riducibile alle nostre piccole comodità piccolo borghesi, alle false sicurezze dalle quali siamo adusi ad essere sedotti.
E’come Babbo Natale: grosso, sorridente, con la barba bianca, vestito di bianco e rosso, che ci pare sia sempre stato così, mentre in verità fu una scelta di marketing della Coca Cola a restituircelo in quelle fattezze e con una precisa funzione commerciale. A me i regali, se permettete, li portava la Befana, che arrivava brutta, su una ramazza, in vesti lise, precisamente il giorno in cui i re magi giungevano a Betlemme.
Mi piacerebbe che la nevicata del ’12 servisse almeno ad insegnar qualcosa a questi adulti pronti a dichiarar qualcosa purchessia di fronte a una telecamera e ai ragazzi, che magari sulla neve (e meno male!) ci si sono divertiti. Con la gratitudine e l’attenzione per l’esempio di chi, in silenzio, anche in questi giorni, nel mondo del volontariato si è speso a favore degli altri. Mi dispiacerebbe invece se domani tutto fosse passato e si aspettasse il caldo estremo e la siccità estiva per riempire i programmi televisivi della prossima stagione.
La crisi economica, quella finanziaria, quella ambientale, quella politica e, soprattutto, quella morale vengono tutte insieme: sarà un caso? De te fabula narratur, dunque se ne senti il suono, forse è meglio che non chiedi: “per chi suona la campana?”
Valerio De Nardo
