– Sostituire il sequestro dei conti correnti con un immobile.
E’ l’alternativa a cui starebbero pensando i legali di Roberto e Fabio Angelucci, gli imprenditori della sanità indagati nell’inchiesta Asl.
I conti del gruppo RoRi, società dei due industriali padre e figlio, sono tuttora sotto sequestro, dopo la richiesta dei magistrati Stefano D’Arma e Fabrizio Tucci.
In quei conti, la Procura cercava oltre 20 milioni di euro. Somma che, per l’accusa, gli Angelucci avrebbero indebitamente ottenuto dalla Asl a titolo di rimborso, per prestazioni sanitarie “non corrispondenti alle definizioni e ai limiti normativi”.
Tanto è scritto nell’avviso di conclusione delle indagini, notificato la settimana scorsa agli Angelucci e agli altri 17 indagati (più cinque società), tra cui l’ex manager della Asl Giuseppe Aloisio e il suo consulente Mauro Paoloni.
Le prestazioni citate dai magistrati sarebbero state eseguite nella casa di cura di Nepi, di proprietà degli Angelucci, come anche la Nuova Santa Teresa.
I 20 milioni, nei conti, non ci sono. Ma il sequestro rimane.
Dirottarlo su un immobile è, per ora, solo un’ipotesi che i legali degli Angelucci starebbero valutando, ma l’incontro per parlarne coi pm non è ancora fissato.
L’alternativa dell’immobile sarebbe una boccata d’ossigeno per gli Angelucci.
Significherebbe sbloccare i conti e consentire al gruppo RoRi di portare avanti l’attività. In caso contrario, la società è destinata al collasso. E se per ora può contare sui fidi delle banche, tra non molto anche gli istituti di credito potrebbero chiudere i rubinetti. Il tutto a causa del sequestro che impedisce agli Angelucci di riscuotere i crediti.
Quindi, a meno che la Procura non voglia concedere un “parziale dissequestro”, come già chiesto dai legali degli Angelucci, la strada dell’immobile appare quella più percorribile. Resta da capire quale.
All’inizio, secondo indiscrezioni, si sarebbe pensato alla clinica di Nepi. Gli imprenditori, però, non sarebbero convinti. Ecco perché starebbero valutando di mettere sul piatto della bilancia altre strutture dal valore inferiore a quei 20 milioni che la Procura reclama, dato che la cifra non è nei conti e che gli Angelucci sono comunque preoccupati di salvaguardare i propri interessi.
Intanto gli avvocati, non solo quelli degli imprenditori, continuano a leggere le carte. O almeno ci provano. La mole di lavoro è immane: si parla di sei dischi, contenenti ognuno una decina di faldoni. Ma almeno un paio dei supporti risultano illeggibili.
Un inconveniente che, impedendo la consultazione dei documenti, potrebbe costringere alla proroga del termine che i legali hanno a disposizione per memorie e interrogatori.
I tempi per partorire la strategia difensiva di Angelucci & co., insomma, potrebbero allungarsi ben oltre i venti giorni successivi all’avviso di conclusione delle indagini.
Stefania Moretti


