– A malincuore, con dispiacere, ma Viterbo dice addio all’ambizione di diventare polo fieristico per il Lazio nord. La politica piange per l’addio alla fiera. Il pianto del coccodrillo. Roma ha la sua nuova, pure Sora ce l’ha fatta. La Tuscia no. Che novità…
Dopo Provincia, Camera di Commercio e Regione, a cantare il de profundis per Tusciaexpò, società che la fiera doveva realizzarla, ieri è stato pure il quarto socio, il Comune. Deliberando d’uscirne.
Ultimo passaggio il cinque marzo, assemblea straordinaria per ratificare le singole scelte. Quindi l’arrivo del curatore fallimentare. Fatti quattro conti, non si troverà una situazione esattamente florida. Per la fiera, due volte rosso. Per il progetto e per i conti.
“Tre milioni e settecentomila euro di perdite – spiega il vice capogruppo Pd Alvaro Ricci – coperti (con regolare autorizzazione) con finanziamento regionale che doveva servire per altro”. Cifra destinata a salire. “Le poste attive nella società – prosegue Ricci – sono gli ottocentomila euro del progetto per il polo e centomila d’immobilizzazioni immateriali. Ma se la fiera non si fa, pure il progetto diventa una perdita”.
E siamo a cinque milioni. “Poi ci sono altri settecentomila euro, di cui 400mila sono stati utilizzati per ripianare perdite e i rimanenti stanno ancora lì. La Regione quei soldi potrebbe chiederli indietro”.
Una fine ingloriosa. Tanti soldi (pubblici) spesi per non arrivare a nulla. Com’è stato possibile? Il sindaco Giulio Marini un’idea se l’è fatta.
“Se non ci fossero rischi per il Comune – spiega Marini – non avrei mai abbandonato il progetto, ma tre soci hanno già deliberato d’uscire. Non è una scelta politica, ma economica. Tusciaexpò la possiamo paragonare al centro merci di Orte.
In un caso i fondi sono stati utilizzati per costruire il complesso immobiliare. Tusciaexpò li ha utilizzati anche per realizzare le manifestazioni fieristiche. Era chiaro che prima o poi i soldi non sarebbero più bastati. O si fanno le fiere o si fa la fiera”. Concetto chiaro. Possibile che negli anni nessuno ci sia arrivato e che i soci siano soltanto stati capaci di ripianare le perdite?
Il presidente del consiglio Giancarlo Gabbianelli, sindaco quando la società nacque e negli anni successivi, qualcosa ricorda.
“Il Comune – spiega Gabbianelli – con il suo consigliere nel cda si è trovato sempre da solo. Contro gli altri rappresentanti.
Da subito volevamo che Tusciaexpò fosse solo una holding per realizzare il polo fieristico, mentre le fiere dovevano andare a gara, gestite da società in grado di organizzarle, titolari di vantaggi e oneri.
Il Comune è rimasto isolato e i risultati oggi sono quelli previsti. Con responsabilità precise”.
Meno male che all’epoca il terreno alla Volpara dove doveva sorgere la fiera, non è stato ceduto, ma solo dato in locazione. Almeno il Comune ne è ancora in possesso. Si spera.
Probabilmente fuori tempo massimo il tentativo di Porciani (Pdl) e inserito come emendamento nella delibera: chiedere l’utilizzo del progetto per poterlo mettere a bando, affidandolo a eventuali investitori privati.
“Abbiamo da offrire un’area di pregio – spiega Porciani – e un progetto cantierabile”. Ricci (Pd) non ci crede molto. “Cantierabile? – si domanda – e i soldi dove sono? Se era cantierabile, perché non è stato fatto il bando a suo tempo?”.
Domande in attesa di risposta, intanto la delibera di uscita dal Tusciaexpò passa. In modo bizzarro. La presenta il Pdl, ma in undici nella maggioranza si astengono (9 Pdl e 2 Lega Federalista). Passa comunque all’unanimità, con 14 sì tra Pdl, Pd, Udc e Sel.
Concluso il voto, risulta ancora più amara la considerazione di Mauro Rotelli (Pdl), tra quelli astenuti e che invitava a riflettere: “Le fiere non sono in crisi – sostiene Rotelli – ci sono i dati a dimostrarlo, uscendo in questo modo il percorso non è lineare e non rendiamo giustizia a imprenditori che in passato si sono impegnati per portare a compimento il progetto. Non vorrei che si agisse sulla spinta del momento”.
Una scelta frettolosa in una vicenda dai tempi biblici, oltre venti anni per avere in mano un pugno di deficit. Bello smacco.
Giuseppe Ferlicca
