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“La rete per le emergenze funziona a dovere”

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L'ospedale di Belcolle

L'ospedale di Belcolle

– Il direttore dell’Unità operativa di Emodinamica-Cardiologia-UTIC del Complesso ospedaliero di Belcolle, Luigi Sommariva, interviene a seguito del caso, sollevato da alcuni organi di stampa locale, del paziente con problemi cardiaci, inizialmente preso in carico dagli operatori dell’ospedale di Acquapendente, lo scorso sette marzo.

“È con vero dispiacere che mi trovo a dover rettificare, dopo molto tempo, qualcosa che riguarda le attività della struttura che dirigo da circa 5 anni. Sebbene negli articoli in questione non si faccia mai cenno a eventuali disservizi della Emodinamica dell’ospedale di Belcolle, tuttavia il concetto che emerge da una lettura superficiale è di una rete provinciale per le emergenze cardiovascolari comunque deficitaria a sostenere le esigenze dei centri più periferici.

Questo di fatto non è vero e, sebbene con il massimo del rispetto per i colleghi di Acquapendente, ritengo sia opportuno segnalare un caso, come quello descritto, con la debita puntualità. Questo perché chiunque legga non abbia a sospettare che nella città e nella provincia di Viterbo non si lavori con la serietà che la nostra professione merita.

Ma veniamo ai fatti. Il signore di 61 anni, come riportato dalla stampa, ha fatto ricorso alle cure del Primo soccorso di Acquapendente lo scorso 7 marzo per un dolore della notte precedente e risolto al momento del ricovero. Sorgeva pertanto il sospetto di una sindrome coronarica acuta (non tutte le sindromi cardiologiche sono infarti e non tutte sono gravate dallo stesso livello di emergenza per cui attivare i percorsi dell’emergenza). L’elettrocardiogramma mostrava minime anomalie peraltro non diagnostiche. Gli esami ematici confermavano la possibile presenza di una sofferenza cardiaca su base coronarica, ma senza i crismi dell’emergenza, tanto è vero che non venne allertata l’Emodinamica, ma l’Unità coronarica per la ricerca di posto letto che, di fatto, a Belcolle non erano disponibili in quel preciso momento. Tuttavia, nonostante questo, non venne rifiutato il ricovero al paziente e lo stesso venne inviato dall’ospedale di Acquapendente, così come prevedono le procedure relative alla rete provinciale delle emergenze cardiovascolari.

All’arrivo a Viterbo, il paziente, prima di ogni cosa, è stato preso in carico dal cardiologo di guardia unitamente al personale del Pronto soccorso. Venne stilato un referto di consulenza che sostanzialmente definiva una sindrome coronarica acuta Non-STEMI, con un livello di gravità lieve, stando alle risultanze degli esami strumentali ai quali è stato sottoposto e veniva posta indicazione al ricovero in osservazione e trattamento farmacologico, ma non alla coronarografia d’emergenza. Questo nel più assoluto rispetto delle linee guida e della contenuta gravità del quadro clinico. Tuttavia, sotto il profilo organizzativo, a Belcolle in Cardiologia non erano disponili posti letto, motivo per cui il medico di guardia consultato, in considerazione di questo e delle discrete condizioni cliniche del paziente, proponeva la permanenza per la notte in Pronto soccorso, nella degenza di breve osservazione, e il ricovero per il mattino successivo non appena fosse stato dimesso un paziente programmato.

Il paziente, messo a conoscenza dal medico di Pronto Soccorso di Belcolle della proposta organizzativa (permanenza in Pronto soccorso fino al mattino successivo – e pertanto in ambiente protetto viterbese – o trasferimento a Roma), preferiva essere trasferito a Roma presso una struttura neanche dotata di Emodinamica. Questo a sostegno del fatto che le condizioni cliniche non destavano alcuna preoccupazione.

Infatti, laddove si fosse verificata una evenienza clinica seria o le condizioni cliniche lo avessero richiesto, il trasferimento sarebbe dovuto avvenire in direzione del centro Capofila (Hub) della Macroarea 4 (Policlinico Gemelli) cosa che di fatto non è stato.

L’assenza di una reale emergenza è testimoniata ulteriormente dal fatto che dal centro di arrivo romano (Clinica Nuova Itor) il paziente, dopo un altro giorno (il 9 marzo), di fatto è stato sottoposto all’indagine coronarografica. Cosa che sarebbe accaduta se fosse rimasto a Belcolle e fosse stato dato il tempo ai colleghi di reperire un posto letto (l’indomani e non dopo 24 ore) in un reparto di area critica che nel solo anno 2011 ha visto accedere poco meno di 800 pazienti sui 6 posti letto disponibili per una degenza media di circa 2,8 giorni.

Con questi elementi il dato che emerge è una “apprensiva” gestione del caso clinico, piuttosto che una sciatteria organizzativa poco rispettosa della gravità. Quando si parla, infatti, di infarto occorrerebbe evitare di utilizzare affermazioni del tipo “3 giorni per una coronarografia”, proprio perché non è questo un comportamento indicativo di negligenza, ma di necessità di inquadramento clinico testimoniato dal fatto che anche i colleghi romani hanno atteso la seconda giornata per eseguire l’esame, che sicuramente andava eseguito, ma non con la tempestività invocata da più parti.

Neanche l’esistenza di lesioni coronariche, poi riscontrate, sono di sostegno a una paventata gravità del caso, questo perché un conto è parlare di lesioni coronariche e altro conto è parlare di infarto. Se, infatti, fosse sufficiente la certezza delle lesioni coronariche a scongiurare la comparsa di infarto, allora basterebbe eseguire a tutti una coronarografia e la prevenzione cardiovascolare e la sanità avrebbero trovato l’uovo di Colombo.

Purtroppo così non è, e gli affondi all’organizzazione sanitaria vanno debitamente portati, ma con la documentazione necessaria per evitare inutili ferimenti ai professionisti del settore che, oltretutto, operano in onestà e rispetto della salute dei cittadini”.

Luigi Sommariva


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