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Monti mette in soffitta la concertazione

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Renzo Trappolini

– Più della miriade di leggi con cammini così tortuosi che molti non li seguono, sulla retroguardia incivile di tanto costume italiano pesa “l’atmosfera”, quella che male odora di furbizie e ipocrisie nascoste da parole di nuovo conio e pronto uso.

La concertazione, ad esempio, nell’ultimo decennio del novecento, ma anche con Prodi e pure con Maroni nel governo Berlusconi, espropriava il parlamento della funzione legislativa, delegandola a tavoli in cui rappresentanti di interessi particolari firmavano protocolli generalmente in piena notte e non senza riserve.

Monti, quell’atmosfera l’ha squarciata, con parole tanto cortesi quanto taglienti: “il mancato consenso della Cgil alla riforma del lavoro mi dispiace e mi preoccupa, ma a un certo punto ci siamo trovati nella situazione che, se avessimo avuto il suo benestare, avremmo perso quello di tutti gli altri”.

Amen, pare, sulla concertazione, ma anche su tutto quel linguaggio che per anni ha coperto tante cose: dalla strategia dell’attenzione Dc verso il Pci al comune viaggio dei due partiti lungo le “convergenze parallele” di Aldo Moro e il “compromesso storico”, padre di governi della “non sfiducia”, fino al cambio di stagione dell’”autunno caldo” (302.597.000 ore di sciopero) ed alla “concertazione”.

Concerto, cioè, a più voci perché a ognuno era dato di continuare a suonare il proprio strumento “particolare”, con buona pace, però, dell’armonia, disturbata dai ritmi diversi con cui si leggevano gli spartiti dei doveri e dei diritti.

Così si è orchestrata la seconda repubblica da cui si aspettava un’altra musica, che non c’è stata e si è ricorsi all’accordatore. A lui, dalle parti del Pd, il partito erede di quello dei lavoratori, c’è chi fa furbescamente intravedere un “disaccordo concordato”, mentre Alfano, Casini e Bersani posano nel salotto buono di Palazzo Chigi come in una di quelle foto ipocrite d’inizio ‘900, un po’ prima del fascismo.

Renzo Trappolini


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