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Era il tenore preferito da Muti…

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Veriano Luchetti

– Era il giugno del 1984 e io ero appena stato scritturato, alla tenera età di venti anni non ancora compiuti, come aggiunto nel coro dell’Arena di Verona: in programma, in quella stagione, Aida, Tosca, Carmen e i Lombardi alla prima crociata di Verdi.

La prima volta che misi piede su quell’immenso palcoscenico fu per una prova di regia dei Lombardi, sigillato ermeticamente dentro un pesante, bellissimo costume di materiale plastico disegnato da Attilio Colonnello, e a pochi metri da me che facevo “massa” con i miei colleghi cantava un trio di mostri sacri: Katia Ricciarelli all’apice della sua carriera, Ruggero Raimondi reduce dal film di Losey sul Don Giovanni mozartiano e un signore dall’aspetto imponente e bonario al tempo stesso dotato della voce di tenore verdiano più cristallina che abbia sentito fino a oggi.

Questo signore, la cui figura mi fece subito pensare “sembra uno delle nostre parti” era davvero un nostro conterraneo, una voce della Tuscia: Veriano Luchetti.

Veriano, classe 1939, era nato a Tuscania e dopo aver vinto il concorso per voci nuove legato allo Sperimentale di Spoleto, aveva un’imponente carriera discografica e teatrale alle spalle e una altrettanto grande davanti a sé.

Era, in quegli anni, il tenore preferito di Riccardo Muti con cui aveva inciso un memorabile Nabucco, aveva cantato con Abbado, con Solti, alla Scala, al Met, al Covent Garden, all’Opéra di Parigi.

Era insomma quel Veriano di cui mi parlava sempre una signora tuscanese che all’epoca organizzava i pullman che portavano i viterbesi a vedere la prosa e la lirica a Roma e che, quando seppe che volevo fare il cantante lirico, diceva: “ah, come Veriano! Quel Veriano là”.

Con la timidezza arrogante dei miei vent’anni, presi il coraggio a due mani e in una pausa mi avvicinai e gli dissi: “Maestro, volevo stringerle la mano. Sa, sono viterbese”. Sorrise e mi disse: “Chiamami Veriano“.

Negli anni successivi lo incontrai praticamente ogni volta che mi capitava, ora che ero diventato solista, di cantare con Mietta Sighele, sua moglie, e ogni volta mi chiedeva come andassero le cose, e voleva notizie della sua terra anche se io, ormai di fatto diventato zingaro, ne sapevo praticamente come e quanto lui.

Era un grande cantante, Veriano Luchetti, una grande voce. E come tutti i grandi che mi sia capitato di conoscere, non aveva perso il senso della realtà , delle radici, dell’appartenenza. Era un grande artista. Era una grande persona. Una persona perbene.

Uso l’imperfetto perché Veriano si è spento ieri, a Roma, all’età di settantatré anni. Ha raggiunto gli altri illustri colleghi della sua terra: Fausto Ricci, Raffaele de Falchi,  Lina Cavalieri, e Cesare Valletti (romano, ma viterbese di adozione).

Il mondo della lirica lo piange e lo ricorda. Le pagine Facebook di appassionati e colleghi oggi pullulano di link verso le interpretazioni di Veriano, che continuano a vivere virtualmente nell’immensa biblioteca di Youtube, si riempiono di messaggi di cordoglio e di ringraziamento.

E la nostra terra, poco propensa ad accorgersi degli artisti che produce, da oggi è una terra un poco più povera.

Alfonso Antoniozzi


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