![]() Alfonso Antoniozzi |
– Ogni volta che mi capita di aprire Tusciaweb leggo un giustissimo rosario di lamentazioni: dalla Torre della Bella Galliana che si sfascia al degrado cittadino, dalle buche nelle strade alla carenza di asili, dal centro storico invaso da immondizia e cartacce allo stato indescrivibile in cui si trovano i nostri siti archeologici, e via discorrendo.
A questo rosario si è aggiunto il mio grano personale: quello della carenza di attenzione riguardo alla situazione culturale della città e alla mancanza di spazi dove le realtà locali possono esprimersi.
Vogliate perdonarmi se suono spesso questa campana, ma essendo uno che ha dimostrato coi fatti che con la cultura si può anche mangiare, visto il mio mestiere, e considerando anche che se non avessi avuto, in gioventù, la possibilità di entrare in un coro amatoriale forse non mi sarei mai accorto delle mie potenzialità, il semplice fatto che forse in questo momento ci siano dei giovani che potrebbero fare lo stesso percorso e magari guadagnarsi in futuro il pane facendo una cosa che gli piace (credetemi, è una delle chiavi della felicità) mi fa chiudere lo stomaco e vedere nero.
Premesso questo, non posso fare a meno di chiedermi di chi sia la responsabilità di questo degrado globale spesso denunciato sulle pagine virtuali di questo giornale online.
Certo, è facile dire “degli amministratori” oppure “della Curia” , “del Governo baro” o, ancor meglio, addossare la colpa di questa situazione a una certa sonnacchiosità remissiva che sembra essere inscritta nel dna della nostra città.
Ma è davvero così?
Se il centro storico è invaso dalle cartacce e dai sacchi dell’immondizia buttati in strada nei giorni in cui, come ormai sappiamo da quasi due anni, non ci sarà il ritiro dell’indifferenziata, la colpa è del Comune che non pulisce? Non è forse colpa dell’inqualificabile maleducazione della maggioranza dei cittadini che insozzano le strade, tanto prima o poi c’è qualcuno che passa e rimette a posto le cose? Credo che, italiani come siamo e cresciuti con la mamma che passava nella stanza a far ordine e ritirare le mutande sudicie buttate la sera sul pavimento, non abbiamo mai imparato a vivere in una società civile.
Ora io dico forte e chiaro che chi non è capace di mettersi in tasca la cartaccia della pizza per buttarla nel più vicino cestino (ce ne sono pochi, è vero, ma ce ne sono) è un porco inqualificabile e maleducato cui dovrebbe esser tolta la tessera elettorale: se non sa prendersi cura della propria città, non gli dovrebbe nemmeno esser permesso di aver voce in capitolo sulla sua amministrazione e di poter dire la sua su chi lo governa.
E che chi butta i sacchi dell’immondizia per la strada “tanto qualcuno pulirà” dev’esser considerato come un ospite che, invitato a casa tua, ti caga sul divano, tanto poi pulirai tu.
“Libertà è partecipazione”, diceva Gaber in una celebre canzone. “Libertà è fare ciò che si deve fare” diceva la mia ormai defunta professoressa di filosofia. Altrimenti è libertinaggio, tutta un’altra cosa.
Nell’ottica della partecipazione è nato il movimento “Cinema Trieste Aperto”, il cui obiettivo non è solo quello di far riaprire un cinema di quartiere, ma di svegliare le coscienze viterbesi e di coinvolgere la cittadinanza in una battaglia che veda riaperti tutti gli spazi culturali che, scientemente o per incuria, sono stati chiusi. Cultura è apertura, in tutti i sensi.
Ai cittadini che si lamentano, giustamente, della non fondamentalità di questa battaglia di fronte ad urgenze più pressanti, rivolgo l’invito ad unirsi in comitati e lottare per ciò in cui credono, denunciando le carenze del loro quartiere: democrazia, dal greco, è “governo del popolo” e non si esaurisce nel conferire un mandato amministrativo una volta ogni cinque anni.
Se, ad esempio, il quartiere Santa Barbara sente l’urgenza di un asilo, riunisca i suoi cittadini e faccia sentire la sua voce forte e chiara. Se la Torre della Bella Galiana crolla, i cittadini sensibili a questo problema riempiano la città di striscioni oppure listino a lutto il sarcofago della mitologica bellezza viterbese. Se a qualcuno interessa il degrado in cui versa Castel D’Asso, organizzi un comitato e si faccia sentire. E via discorrendo.
Anche se fossimo abituati alla mamma che pulisce, ricordiamoci che fin da bambini bisognava dire alla mamma che avevamo “la bua” e dove ce l’avevamo, perché la santa donna non poteva certo immaginare da sola il nostro disagio se fossimo rimasti zitti.
Possiamo, ne sono convinto, essere di grande aiuto ai nostri amministratori: paradossalmente, non si tratta di essere “contro”, ma di essere “dalla parte” di chi ci amministra indicando loro quali siano le strade che, a nostro parere, sono le più urgenti da seguire. Se chi ci amministra ci appare troppo distratto da logiche partitiche o troppo affaccendato a tastare il polso dei rispettivi referenti politici di turno, è nostro dovere e nostro diritto far sentire la voce del nostro disagio, e non smettere fino a quando non avremo risposte.
A noi comuni mortali rinnovo l’invito a partecipare fattivamente alla vita della nostra città: l’Unità d’Italia e il passaggio dalla monarchia alla repubblica hanno fatto di noi dei cittadini. Non siamo più sudditi. Siamone degni.
Alfonso Antoniozzi
