![]() Francesco Mattioli |
– Chi parlava, in passato, di “giacimenti culturali” e chi considerava la cultura il “petrolio” della Tuscia accarezzava l’idea che dalla cultura si potesse ricavare sviluppo e che occorresse investire su di essa.
Le cose purtroppo non stanno così. E’ molto raro, persino in Italia, che una città viva di sola cultura, soprattutto in questa temperie finanziaria nazionale e internazionale.
E non è che le mobilitazioni risolvano i problemi: sensibilizzano, certo, stimolano, senz’altro, ma poi quando viene il momento della proposta, troppo spesso si rischia di svuotare l’oceano con un secchiello e ci si scopre impotenti.
In ogni caso, se si vogliono sfruttare i beni culturali per conseguire vantaggi economici, occorre – absit iniuria verbis – saperli vendere bene. E per vendere un bene è necessario che sia valorizzato, cioè che sia oggetto di una adeguata promozione sul mercato e che sia presentato al pubblico in tutta la sua attrattività. Insomma, occorre adottare la stessa strategia che usiamo quando dobbiamo vendere la nostra vecchia auto.
Tuttavia, facciamocene una ragione: non c’è un euro per la cultura, e che la Sovrintendenza all’Etruria meridionale investa i suoi pochi soldi nelle aree Unesco di Cerveteri e Tarquinia e a Vulci, dove lavora una società cooperativa, diventa comprensibile, anche se può deludere.
Dice: il Comune che fa per la cultura? Anche qui, solo briciole. D’altroncde, che cosa accadrebbe se un comune togliesse soldi agli asili nido, all’assistenza sociale, alle strade, per dirottarli su un necropoli etrusca o una sala per spettacoli? In tempi di vacche grasse, tutto si può fare, ma in tempi di vacche magre, quali diventano le priorità?
Dice: ci sono i fondi europei dedicati. Vero. Ma a parte che anche lì c’è stato un ridimensionamento, su quei fondi si buttano tutti, dal Manzanarre al Reno, e quindi quando viene distribuito il budget ti tocca un pezzetto talmente modesto che è già tanto se riesci a mettere le toppe al vestito, altro che farti un vestito nuovo…
Detto questo, e di fronte ad un quadro che è quasi apocalittico, non si può certo stare a guardare.
E allora, le strade sono due, ambedue impervie, ma le sole che possono accogliere i nostri incerti passi.
La prima consiste nell’aprire ai privati. Lo chiedono gli addetti ai lavori – quelli che contano a livello internazionale – lo fanno le amministrazioni illuminate di qua e di là dell’oceano. Che si tratti di sponsorizzazioni o di gestione diretta a fini di profitto non fa differenza, l’importante è che il bene resti accessibile, che venga protetto e valorizzato, che la cultura sopravviva.
Questa soluzione, nonostante la crisi, appare tuttora praticabile ed è necessario facilitare e incentivare l’ingresso dei privati, a qualsiasi titolo anche se con le ovvie e dovute garanzie. Purché qualcuno non cominci a storcere il naso e a mettere i bastoni fra le ruote, come è accaduto per il caso Della Valle-Colosseo. Se in pieno postcapitalismo stiamo ancora ad augurarci che il privato ne resti fuori, allora è meglio che ci mettiamo l’anima in pace e recitiamo il de profundis per la cultura.
La seconda strada, che può tranquillamente viaggiare con la prima, consiste nel ricorso al volontariato. In campo archeologico e culturale il volontariato ha agito spesso in supplenza delle istituzioni pubbliche e con grande efficacia. Ma troppo spesso i volontari sono stati visti come antagonisti, soprattutto dalle sovrintendenze e dalle università, pur dimostrando organizzazione, competenza e una forte motivazione all’azione.
Il fatto è che nel Viterbese il volontariato culturale sembra registrare una fase regressiva, anche perché talvolta si mostra troppo individualista e autoreferenziale. Ricordo anni fa l’azione decisiva delle associazioni archeologiche a Castel d’Asso, a Tuscania, a San Giovenale, a Norchia: disboscamento, ripulitura, ricostruzione di parchi attrezzati, persino vigilanza. E ricordo anche la vivacissima attività delle associazioni culturali nel teatro, nella musica, nella danza.
Qualcuno dirà che allora ricevevano un maggior sostegno economico dagli enti locali; mi si consenta di dissentire, perché il volontariato, se è tale, agisce anche in assenza di cospicue risorse finanziarie. Qualcuno mi ha detto che oggi, con l’aria che tira, le persone non se la sentono di prestare opera di volontariato culturale perché hanno altro per la testa; e semmai si dedicano al volontariato sociale. Se fosse vero, sarebbe un’ulteriore riprova che in tempi difficili si creano delle priorità…
Il problema sta anche nel trovare una formula che faciliti i rapporti tra istituzioni e associazioni; che le sovrintendenze si lamentino di non avere uomini e mezzi e poi rifiutino il supporto del volontariato mi sa più di intransigente gelosia elitaria che di cura del bene culturale. Che le istituzioni introducano meccanismi di controllo è giusto, ma questi devono operare a fini propositivi, piuttosto che ostativi.
Insomma, sia che si tratti dell’intervento privato, sia che si tratti della supplenza del volontariato, è necessario comprendere che, quando viene a mancare la risorsa economica, è l’ora del capitale umano, con il suo bagaglio di motivazione, di interessi e di creatività.
Ad esso occorre aprire le porte. Con la speranza che, alle porte, si presenti ancora qualcuno.
Francesco Mattioli
