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Se un sociologo non coglie il valore “sociologico”…

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Alfonso Antoniozzi

Alfonso Antoniozzi

– Caro Mattioli,

mi ero imposto di non replicare al suo penultimo intervento apparso su queste colonne (quello, per intenderci, dove si domandava che cosa ci fosse “dietro” il gruppo di persone formatosi spontaneamente in seguito alla chiusura del cinema teatro Trieste) sia perché ritengo che ognuno abbia il diritto di pensarla come meglio preferisce e di esporre serenamente le proprie opinioni, sia per non innescare una polemica tra opinionisti di Tusciaweb in quanto mi sembrava controproducente sia a livello personale che per la testata. Ma le sue righe in risposta all’intervento di Umberto Cinalli mi hanno talmente sorpreso che ho deciso di mettere da parte ogni remora e risponderle pubblicamente.

Anzitutto, in quanto parte attiva del comitato “Cinema Trieste Aperto – Spazi alla cultura” mi sorprende e mi indigna allo stesso tempo veder uscire dalla penna di un accademico accuse di anticlericalismo e sospetti di dietrologie, quando sia io nei miei articoli e nelle interviste che ho concesso che il comitato abbiamo sottolineato a più riprese che noi non siamo “contro” la Curia quanto a favore di un dialogo costruttivo volto alla riapertura di tutti gli spazi destinati alla cultura presenti nel nostro territorio. Temo che lei si sia lasciato fuorviare da qualche titolo “d’effetto” apparso su alcuni giornali tralasciando di leggere sia i nostri comunicati che il contenuto di molti articoli: sa bene, come lo so io, che non è certo chi scrive a scegliere il titolo dei propri articoli quanto la redazione, spesso alla ricerca di uno specchietto per le allodole per attirare lettori.

Le assicuro che non c’è ombra di anticlericalismo nel comitato di cui faccio parte, e che nessuno è contro la Curia: anzi, a più riprese abbiamo tentato e stiamo tentando di ricordare proprio alla Curia e ai responsabili del cinema quanto e come questo spazio negato sia importante per il quartiere e per la città, nella speranza ormai sempre più remota che i responsabili aprano gli occhi e tornino sui loro passi. Cercare di far capire a qualcuno, in questo caso un sacerdote, in ogni modo possibile, da un dialogo diretto a una manifestazione di piazza, che sta facendo un grave errore vuol dire forse essere anticlericali? E che, forse i preti non sbagliano? L’ultima volta che ho controllato, il dogma dell’infallibilità era appannaggio esclusivo del Papa, e anche in questo caso si applica solo quando parli ex cathedra su temi inerenti la fede.

Poi, mi perdoni, ma ho riso fino alle lacrime quando l’accusa di anticlericalismo ha coinvolto Umberto Cinalli: chiunque conosca la persona in questione potrà raccontarle della sua fede cattolica e del suo impegno civile all’interno della comunità. Si informi e vedrà di cosa sto parlando.

Inoltre mi sorprende non poco, mi perdoni, che un sociologo non abbia colto il valore, appunto, “sociologico” di una realtà come il Trieste paragonandola a un cinema privato come il Metropolitan: un luogo di aggregazione per i giovani del quartiere, uno spazio dove si tenevano attività di teatro ragazzi (la cui importanza formativa e sociale certamente non le sfuggiranno), un palcoscenico dove potevano tenersi rassegne culturali assolutamente trasversali, e che veniva concesso indipendentemente dal colore politico del richiedente. E’ lecito dubitare che una gestione “parrocchiale” sarà ugualmente disponibile; se da questa mia affermazione volesse concludere che le sta parlando un anticlericale, faccia pure.

E ancora: se il cinema Metropolitan diventa un’unità abitativa, lo diventa per volontà di un privato che non ha mai affermato a ogni piè sospinto di avere un interesse per i giovani, di avere come specifico un’attività formativa, di essere dalla parte dei “minimi”. Un imprenditore, se il cinema è in perdita, è logico che si comporti come tale.

Ma se una parrocchia decide, non per motivi economici (il cinema non era in perdita) ma per cause che a tutt’oggi continuano a non convincere pienamente (hanno un’intero oratorio vuoto, perché far proprio del cinema una chiesa?) di chiudere un’attività che pareva rispecchiare in pieno proprio alcuni temi specifici della propria missione, allora è lecito, credo, far notare in tutti i modi quanto e come la mancanza di tale attività sia di grave nocumento per il quartiere e per la città tutta sperando di avere come interlocutori persone più disponibili all’ascolto di un gestore privato.

Ciò detto, posso io escludere che tra i tanti simpatizzanti e tra le oltre millecinquecento firme raccolte in pochi giorni ci sia qualche anticlericale che simpatizza e firma perché detesta i preti? Certo che no.

Ma allo stesso tempo le posso assicurare che il movimento non è nato sotto questa luce, non è guidato da questa idea e non ha alcun padrino politico, tanto più che allo stato dei fatti il nostro interesse principale si è esteso dalla riapertura di un cinema di quartiere alla richiesta di riaprire tutti gli spazi culturali viterbesi. Per risponderle: “dietro” questa protesta non c’è altro.

E siamo francamente stufi di doverci difendere da accuse di anticlericalismo: se questo è il tono del contraddittorio, se solo queste sono le argomentazioni di chi non è d’accordo con la nostra battaglia, voglia scusarmi, ma sono io a dire “la discussione finisce qui”.

Alfonso Antoniozzi


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