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Signori della curia, perché chiudere il cinema Trieste?

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Alfonso Antoniozzi

– Era il quattro gennaio, e chiudevo un mio alambicco con la frase “fate presto, prima che sia troppo tardi anche per il Cinema Teatro Trieste“.

Ora il cinema ha chiuso i battenti, le chiavi sono state restituite al parroco e sembra che la sua prossima destinazione d’uso sarà quella di diventare un luogo di culto, decisione questa che avrebbe un qualche criterio di inoppugnabilità se non ci si fermasse a riflettere sulla vicinanza di una chiesa funzionante gestita dallo stesso parroco, quella del Paradiso, e se in una testa abituata a curiosi retropensieri come la mia non si affacciasse il dubbio che in questa decisione non abbia pesato quella, recente, del Governo di estendere la tassa sugli immobili agli edifici della chiesa non destinati a esigenze di culto.

Toltomi questo sassolino dalla scarpa (del resto è pensiero di uno dei più illustri democristiani, Giulio Andreotti, che “a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si indovina”) vorrei mettere bene in chiaro una cosa: io sono dell’opinione che la Curia con i suoi beni può farci quello che vuole, anche dar loro fuoco in un impeto di piromania.

Ma la società civile, indipendendemente dall’orientamento religioso (non son cose di dottrina, queste!) ha il diritto e il dovere di far sentire la propria voce. Una voce che, quando si poteva ancora fermare una decisione che io non esito a definire completamente dissennata, non si è fatta sentire.

A giochi fatti, a bocce ferme, a decisione presa, vorrei però rivolgere alcune domande al parroco dell’Ellera, posto che sia il responsabile di questa decisione (e se non lo è stato, avrebbe potuto far sentire chiaramente la sua voce) oppure al nostro nuovo vescovo, a chiunque insomma possa dare delle risposte concrete. E anche un paio ai nostri cittadini.

Perché è stato deciso di dismettere uno spazio che era un punto di riferimento per i giovani del quartiere, dove i genitori mandavano tranquillamente i loro ragazzi, anche perché tutte le pellicole proiettate venivano scelte tra quelle approvate dalla Cei?

– Perché in una città come la nostra, che certo non può vantare eccellenti punti di aggregazione giovanile, proprio la chiesa che dovrebbe avere una particolare attenzione nei confronti dei giovani ha deciso di chiudere uno dei più efficienti?

Lo sanno i responsabili di questa scelta che in quello spazio sono passati oltre duemila bambini che, avvicinandosi al gioco del teatro, hanno formato amicizie che reggono la prova del tempo? E sanno quanti piccoli “miracoli” questo gioco è riuscito a compiere? Le conoscono le storie di bambini “difficili” che hanno imparato l’integrazione grazie al teatro, di bambini balbuzienti che hanno recitato le loro battute, di bambini con problemi psicomotori che sono stati in grado di sentirsi parte di un gruppo, di ricordare un copione, di non sentirsi “diversi”, di far davvero parte di una comunità?

– Hanno presente che l’esperienza del teatro ragazzi va oltre la recita di un testo, ma prepara i giovani al vivere civile insegnando la cooperazione, il lavoro di squadra, la capitalizzazione dei propri piccoli e grandi talenti?

– Sanno che i vent’anni di attività sono stati autogestiti, senza chieder danari a nessuna istituzione ma sostenuti unicamente dalla volontà delle famiglie?

Dov’erano le scuole del quartiere, che da sempre usavano quel palcoscenico per i loro saggi scolastici, quando si è trattato di far sentire forte e chiara la loro voce contro la chiusura?

– Sono contenti i viterbesi di vivere in una città capoluogo di provincia dove se si vuole vedere un film, una volta chiuso il Genio, bisognerà andare a Vitorchiano?

– Sono contente le tante compagnie amatoriali presenti in città di vivere in un luogo dove, se si ha bisogno di un palcoscenico, bisogna andare a Tuscania?

– Sono contenti gli abitanti del quartiere Ellera della scomparsa dell’ultimo cinema di quartiere?

Signori della Curia, signor parroco, responsabili delle scuole del quartiere, amici delle compagnie amatoriali, viterbesi tutti: se davvero sapete tutte queste cose e ne siete contenti, giuro, non parlerò più di questa questione.

Se non le sapevate, ora le sapete. Il vostro silenzio futuro, per quanto mi riguarda e per quanto possa importare, lo considererò come una cosa di cui vergognarsi.

Alfonso Antoniozzi


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