![]() Un'aula del Palazzo di Giustizia viterbese |
– Carte di credito clonate al distributore di benzina, quattro condanne.
Avevano creato una serie di false società tra Viterbo, Roma e Milano per intascare i soldi provenienti dalla clonazione di carte di credito.
Con questa accusa il tribunale di Viterbo ha condannato, ieri mattina, quattro persone: padre e figlio fiorentini e un uomo e una donna di Napoli, tutti verosimilmente implicati nella costituzione delle società fittizie. Due anni e mezzo di reclusione per gli imputati toscani, due anni e tre mesi per i campani (pene condonate).
Le accuse vanno dall’associazione a delinquere al falso, all’utilizzo illecito di carte di credito.
Le società gestivano distributori di benzina. Ed è proprio qui, nei punti vendita di carburante che, secondo le indagini del pm Paola Conti, avveniva la clonazione di carte di credito, scoperta nell’estate del 2004. Dall’inizio di quell’anno, stando alle accuse, la banda avrebbe intascato più di 800mila euro, raggirando oltre duecento persone.
L’indagine partì dalla segnalazione di una banca, che si accorse di operazioni sospette su un conto intestato a una delle società create ad hoc. Su quel conto, come scoprirono successivamente gli inquirenti, era finita parte del denaro prelevato dalle carte di credito clonate. Una decina di persone furono iscritte nel registro degli indagati. Per sette di queste scattò l’arresto.
Uno dei distributori, quello viterbese, si trovava sull’Aurelia. Un altro a Roma, in via Ostiense.
Il troncone romano della vicenda si è già risolto davanti ai giudici del tribunale capitolino, con alcune condanne e patteggiamenti. Altre due persone, condannate a Viterbo in primo grado e poi in appello, sono ora in attesa della Cassazione.
Gli imputati dovranno risarcire le parti civili – un istituto bancario e una nota società petrolifera – in un processo a parte, versando, intanto, una provvisionale da 18mila euro. Per la banca, il danno era consistito, a suo tempo, nel risarcimento delle vittime del raggiro. La società petrolifera, invece, che aveva dato in gestione agli imputati i suoi distributori di benzina, ci aveva rimesso in termini di immagine e di sviamento della clientela.
