![]() Massimiliano Capo |
Riceviamo e pubblichiamo – Caro direttore,
leggo l’articolo di Alfonso Antoniozzi e la butto giù così. Premessa telegrafica: ho sempre avuto una difficoltà a confrontarmi con i fatti, quelli con la effe maiuscola, quelli che a leggerli sembrano scritti con la forza superna dell’obiettività.
Tornando a noi: è un fatto che presto a Viterbo non ci saranno più cinema aperti. Vero, anzi verissimo. Ma solo io ricordo che per anni andare nei tanti cinema aperti era un supplizio?
A me vengono in mente solo sale che con gli anni sono diventate, anche al netto della retromania che ci accompagna crescendo, fredde, sporche, con una programmazione discutibile e oggetto costante delle contumelie degli impavidi che sopportavano odore di piscio e poltrone sfondate, o legno gelato sotto il culo e spifferi da dover indossare la sciarpa d’estate.
Questo è così un fatto che il mercato ha fatto il resto. Chiuse quelle, apre una multisala e al cinema quantomeno ci si va senza dover far scorta di tachipirina prima di uscire di casa.
O abbiamo nostalgia dei raffreddori giovanili come della prima fidanzatina? Del cinema d’essai e dei suoi quindici aficionados? Delle chiacchiere infinite intorno all’ultimo documentario sulla Bulgaria ai tempi di Stalin che scartavetrava le palle peggio di un concerto di musica andina? A me pare che davvero siamo in un altro mondo. Che ogni giorno usiamo altri strumenti: per leggerlo, il mondo, e relazionarci.
O sono solo io ad avere una connessione a banda larga a casa che mi consente di connettermi a Internet e potermi vedere un film quando e dove voglio?
Sono solo io ad avere a casa centinaia di videocassette che ormai aspetto due anni e sono definitivamente oggetti di antiquariato?
Sono solo io a essermi accorto della chiusura della rete dei blockbusters che qualcosa vorrà pur dire rispetto a come si consumano gli audiovisivi?
Sono solo io ad aver letto della chiusura di Megaupload e delle lamentazioni mondiali per la sua triste fine? Sono solo io a guardare in Rete le serie tv (pare sia un’opinione così diffusa da diventare quasi un fatto che le cose più interessanti sul mondo che ci circonda le stiano dicendo le serie televisive molto spesso americane) in contemporanea con la loro messa in onda negli States, peraltro sottotitolate per chi avesse difficoltà con la lingua da gruppi informali che condividono in rete la loro passione e mettono a disposizione degli altri le loro competenze linguistiche?
Sono solo io ad avere un profilo su Facebook e su una decina almeno di altri social network e ritrovarmi così ogni mattina a dare il buongiorno e ad appassionarmi della vita e dell’esistenza di persone che in senso stretto non ho mai visto?
Sono solo io ad aver assistito negli ultimi anni alla trasformazione profonda dei modelli di consumo, anche e soprattutto culturali, che rendono obsoleto e inservibile l’armamentario di certezze con cui abbiamo ragionato di cultura fino a oggi?
Sono solo io a comprare musica in Rete e a essemi accorto delle difficoltà dei negozi tradizionali?
Sono solo io ad acquistare e-books da leggere su un qualunque lettore, dallo smartphone al pc?
Sono solo io ad avere un cellulare su cui posso vedere nel momento in cui decido di farlo i contenuti che desidero?
Sono solo io a creare e a mettere a disposizione degli altri contenuti più o meno apprezzabili ma pur tuttavia contenuti?
Sono solo io ad aver letto e leggere analisi, riflessioni, in cui la dimensione spaziale (i beneamati spazi per la cultura) che è al centro della riflessione di alfonso antoniozzi viene declinata in maniera diametralmente opposta a quella da lui fatta rimanendo pur sempre un fatto?
Ricordo solo io che quegli spazi sempre richiesti (e ho un’età che mi consente di ricordare le richieste degli ultimi trent’anni) e talvolta concessi sono sempre finiti vuoti e malgestiti, spesso a prescindere dalla buona volontà di chi si è impegnato a portarli avanti, inservibili per le duemila pastoie burocratiche da cui sono afflitti gli spazi pubblici?
Sono solo io ad aver notato come fare cultura attraverso la pretesa trasparenza dei bandi alla fine rende scontenti tutti e impossibili le scelte, mi azzardo a dire politiche (perchè di scelte e di politica si tratta, e questo è un’altro piccolo fatto, sempre mio ovviamente)?
Ricordo solo io che spesso la morte per consunzione è avvenuta per mancanza di risorse e di pubblico proprio come quella dei cinema da cui sono partito e questo qualcosa vorrà dire anche rispetto all’offerta proposta?
Sono solo io ad avere il dubbio che alcuni oggetti (perdona il termine) che consideriamo culturali, nel senso di alta cultura, siano quindi per ciò stesso da salvaguardare e proteggere nemmeno fossimo il Wwf, senza tener conto invece di una sorta di ecologia dell’evoluzione che si applica anche e soprattutto in ambito culturale?
Sono solo io a pensare che lungo la direttrice alto-basso che abbiamo utilizzato finora, gli oggetti culturali si siano ricollocati a prescindere da noi e che forse oggi c’è più vita in un remix di soul clap di un pezzo dei radiohead che in molta della produzione che consideriamo e abbiamo considerato tradizionalmente alta?
Non la voglio fare lunga anche se di fatti, ancora una volta solo miei, me ne verrebbero altri e quindi chiudo. Ora dovremmo essere al che fare, come in ogni buona riflessione che si rispetti. E invece io, col massimo del rispetto innanzitutto per me stesso, cosa fare non lo so.
Mi viene solo di pensare che se c’è una cosa su cui questa amministrazione (penso a quella comunale ma il discorso si può estendere a livello provinciale e via salendo) andrebbe incalzata e senza tregua è perché faccia della innovazione, dell’implementazione di reti e connettività, insomma di infrastrutture materiali a servizio di quelle immateriali e dei loro contenuti condivisi, un scelta di campo, un priorità inderogabile.
Insomma, mi pare che la cosa che andrebbe rafforzata e messa nelle condizoni di esprimersi compiutamente davvero da queste parti, contro tutti i teorici della decrescita, dei localismi declinati in salsa slow food, delle piccole patrie, sia l’energia che nasce in Rete. Che per nascere, va da sé, di Rete ha bisogno.
Il resto, spazi inclusi, virtuali e non, ormai passa da lì e non c’è dimensione pubblica che tenga o cinema Trieste che chiude. Non più almeno. Tutto parte da un processo di espansione di sé che ridisegna quello che abbiamo intorno e che rende il resto irrimediabilmente vecchio. E questo ovviamente non è un fatto ma solo una opinione.
Massimiliano Capo
