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Una pallina di pongo diventata oro…

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L'orafo-scultore Francesco Maria Capotosti

L'orafo-scultore Francesco Maria Capotosti

La statua di Capotosti per il Palasport di Andalo

La statua di Capotosti per il Palasport di Andalo

– Una pallina di pongo diventata oro…

E’ così che già da piccolissimo, a tre anni, Francesco Maria Capotosti ha capito quale fosse la sua strada. Una passione che poi ha coltivato durante gli anni per portare avanti la tradizione della famiglia Ghignoni, orafi e argentieri viterbesi dal 1865.

Una carriera in cui non mancano le soddisfazioni. L’ultima arriva da Andalo, in provincia di Trento. Lo scultore-orafo viterbese ha vinto l’appalto per la costruzione del monumento da esporre fuori al palazzo dello sport della cittadina.

La scultura rappresenta una donna in movimento. “L’iconografia della statua – spiega – descrive una donna in una posizione dinamica, che sta su una sfera ed è slanciata. Vuole essere il simbolo e l’essenza dello sport e del tempo libero. L’opera, altra tre metri e mezzo, sarà realizzata in bronzo. Questa vittoria la dedico a mio padre scomparso meno di un anno fa. E’ stata una persona che mi ha dato molto”.

Capotosti conosce Andalo sin da piccolo. “Da bambino ci andavo spesso a sciare – racconta -. Sono molto legato a quei posti”.

Il rapporto non si è perso con il passare degli anni e la lontananza. “Già nel 2006 avevo vinto un concorso per rappresentare il simbolo della città: un orso in bronzo di tre metri che si trova nella piazza centrale. Andalo è una cittadina in divenire. Sono province autonome dinamiche con finanziamenti e spesso fanno appalti per abbellimenti”.

L’orafo, dunque, realizza opere monumentali, ma anche piccole sculture in oro e argento. Tra le opere recenti ce n’è una raffigurante Santa Rosa in argento e corallo commissionata dal comune di Viterbo e donata a papa Benedetto XVI in occasione della visita apostolica nel capoluogo della Tuscia, il Sant’Andrea in argento e bronzo contenente la reliquia del martire per la chiesa di Pianoscarano e commissionata dalla confraternita del Santissimo Sacramento.

Tanti riconoscimenti, ma con un sogno nel cassetto. “Mi piacerebbe molto poter realizzare un’opera monumentale anche per la mia città, Viterbo“.

Il 46enne gestisce la sua attività in via dell’Orologio vecchio da molti anni. “Ho fatto l’accademia delle Belle arti e poi mi sono specializzato in questo settore. La mia famiglia aveva l’antica oreficeria Ghignoni, la prima a Viterbo. Da bambino ho sempre frequentato questo ambiente, poi quando abbiamo chiuso il negozio mi sono messo in proprio“.

Una dedizione che ha definito innata. “La passione è qualcosa di primigenio. Originario. – dice – Qualcosa che, nel mio caso, si è affiancata alle opportunità dell’ambiente in cui vivevo. Se non ce l’hai dentro non te la puoi inventare. Sin da ragazzino avevo sempre una pallina di pongo in mano. A tre anni facevo delle piccole creazioni. E’ qualcosa che è nato con me. Una scelta che mi è venuta naturale… Del resto se uno nasce pesce non può stare sulla terra“.

Capotosti, infatti, ha provato a seguire le orme del padre, noto medico viterbese, ma quella vita non faceva per lui. “Ho frequentato per un paio di anni medicina e andavo anche bene, ma sentivo che non era la mia strada. Imbrattavo i libri in continuazione e disegnavo… Il mio pensiero era per l’arte“.

Da qui la scelta di andare all’accademia e l’incontro con Pio Bennati, allievo del nonno di Capotosti, che gli ha proposto di affiancarlo nel laboratorio e insegnargli la tecnica dei Ghignoni.

Una professione totalizzante e impegnativa che proprio per questo, secondo l’orafo, rischia di scomparire . “Questi mestieri potrebbero sparire – conclude Capotosti – perché sono lavori che presuppongono una dedizione piena. I giovani di oggi preferiscono professioni più facili, dove c’è meno gavetta. Questi, invece, sono percorsi lenti e faticosi, perché la formazione di uno scultore o di un orafo è decennale. Anni in cui devi stare seduto su un banco per imparare a disegnare e la tecnica”.

Capotosti ne è consapevole proprio perché ha una cattedra all’artistico Midossi di Civita Castellana ed è a contatto coi giovani. “Insegno al liceo e vedo ragazzi che hanno voglia di produrre subito. Anche la tecnologia ci porta a un approccio più veloce nei lavori e nella vita. Sono mestieri che vanno scomparendo, ma si tratta sempre di arte e quindi non potrà svanire del tutto. C’è anche da dire che i mercati non invogliano per gli elevati costi dei metalli preziosi. Con la crisi di oggi, la gente non può più permettersi degli oggetti unici di un certo livello. E quindi è sempre più difficile lavorare in questo campo“.

Paola Pierdomenico


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