– “Chi l’ha visto” torna a parlare di Attilio Manca.
Dopo la conferenza indetta dalla Procura di Viterbo, il programma di Federica Sciarelli, nella puntata di ieri, si è di nuovo occupato del giovane medico siciliano morto a Viterbo nel 2004 in circostanze mai chiarite.
La tesi della Procura è che Attilio si sia iniettato da solo quella dose di eroina mista a tranquillanti che lo ha ucciso il 12 febbraio di otto anni fa.
Ma i giornalisti della nota trasmissione di Rai3 non concordano. Troppi misteri ammantano ancora la morte dell’urologo 35enne di Belcolle. Primo tra tutti, l’ipotesi del suo mancinismo puro, smentito sia dal procuratore capo Alberto Pazienti che dal pm Renzo Petroselli, alla conferenza di venerdì scorso. Per gli inquirenti, quei due buchi che Attilio aveva sul braccio sinistro poteva benissimo esserseli fatti da solo, impugnando la siringa con la mano destra. Anche se tra i colleghi del medico, c’è chi è pronto a giurare che Attilio faceva tutto con la sinistra. Anche al tavolo operatorio. Lo dice, per esempio, Massimo Fattorini, urologo a Belcolle e assessore comunale viterbese, intervistato e mandato in onda sia ieri sera che la scorsa settimana.
Fattorini non solo conferma che Attilio fosse un mancino puro ma esclude categoricamente che facesse uso di droghe, come invece sostiene la Procura viterbese. “Chi l’ha visto” non ci crede ed esaspera le conclusioni dei magistrati viterbesi, che non lo hanno mai definito né un eroinomane, né un tossicodipendente, come il servizio di ieri suggeriva. Semmai, per Pazienti e Petroselli, Attilio Manca era un consumatore occasionale, stroncato, come da loro stessi specificato nella conferenza di venerdì, dall’eccessiva quantità di eroina iniettata.
A non convincere “Chi l’ha visto”, comunque, sono soprattutto le testimonianze addotte dalla Procura come prova che l’urologo si drogasse. Due persone parlano dei presunti trascorsi di Attilio come eroinomane. Uno è un suo vecchio conoscente, attualmente imputato in un processo per falsa testimonianza. Il secondo è una delle sei persone attualmente indagate. E, precisamente, uno dei cinque per cui la Procura di Viterbo ha chiesto l’archiviazione. Per la sesta, Monica Mileti, presunta fornitrice di droga di Attilio, partirà a breve la richiesta di rinvio a giudizio. “In pratica – spiega l’avvocato della famiglia Manca, Fabio Repici – la Procura ha usato la testimonianza di un indagato come fonte di prova che scagiona l’indagato stesso. Un caso inedito nella storia della giustizia italiana”.
A quelle cinque richieste di archiviazione, i Manca hanno tutta l’intenzione di opporsi. Così come si sono opposti alla tre precedenti richieste di chiusura del fascicolo. La verità, per loro, va ricercata altrove. Non nella droga, ma nella cosiddetta pista Provenzano: il capo dei capi, operato da Attilio o quantomeno da lui visitato nel suo rifugio, fa uccidere l’urologo perché diventato un testimone scomodo. Da eliminare prima che sia troppo tardi.




