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La Procura: “Accolto l’impianto accusatorio”

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Il procuratore capo Alberto Pazienti e il pm Renzo Petroselli

Il procuratore capo Alberto Pazienti e il pm Renzo Petroselli

Paolo Esposito con i suoi legali il giorno della sentenza

Paolo Esposito con i suoi legali il giorno della sentenza di primo grado

Ala Ceoban e il suo legale Pierfrancesco Bruno dopo la lettura della sentenza di primo grado

Ala Ceoban e il suo legale Pierfrancesco Bruno dopo la lettura della sentenza di primo grado

Tatiana Ceoban

Elena Ceoban

La Procura di Viterbo sorride. Il secondo atto del processo a Paolo Esposito e Ala Ceoban conferma il grosso dell’impianto accusatorio.

La tesi del duplice omicidio ha resistito all’appello. Tatiana ed Elena Ceoban non sono scappate da Gradoli. Sono morte. E a ucciderle è stato Paolo Esposito, condannato all’ergastolo come in primo grado.

Solo il ruolo della sua amante Ala Ceoban esce fortemente ridimensionato: da ideatrice e istigatrice dell’omicidio la badante moldava diventa “aiutante”. Favoreggiatrice nel duplice delitto come nell’occultamento dei cadaveri. Per lei, la pena si accorcia dall’ergastolo a otto anni di reclusione.

“E’ una diversa interpretazione del ruolo di Ala – afferma il procuratore capo di Viterbo Alberto Pazienti -. Una linea, quella del favoreggiamento, che forse la difesa dell’imputata doveva seguire dall’inizio. Noi crediamo che lei abbia partecipato al duplice delitto. Ci soddisfa il fatto che la Corte abbia riconosciuto che un duplice delitto c’è stato, come noi abbiamo sempre sostenuto“.

Concorde il sostituto procuratore Renzo Petroselli, che fin dalla prima ora si occupò del caso, chiedendo e ottenendo due ergastoli in primo grado. “L’impianto accusatorio è stato accolto. La Corte ha smentito la possibilità di un allontanamento volontario, confermando l’ipotesi dell’omicidio e occultamento di cadavere. L’unica differenza di vedute riguarda Ala, che per noi era pienamente consapevole e partecipe, anche se rispetto la decisione della Corte e aspetto di leggerne le motivazioni“.

Come Petroselli, resta in attesa anche il procuratore generale Alberto Cozzella, che ha sostenuto l’accusa in appello e reiterato la doppia richiesta di ergastolo. Il suo ricorso per Cassazione, che fa il paio con quello per il delitto di via Poma, è quasi certo. “Questa Corte vuol farmi fare gli straordinari…”, si sarebbe lasciato sfuggire tra i denti a fine udienza. Segno che anche per Cozzella, evidentemente, il processo Gradoli non finisce qui.


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