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Solo una macchina del fango…

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Alfonso Antoniozzi

Alfonso Antoniozzi

– Piccola premessa a questo alambicco: io ho collaborato e collaborerò con il Tuscia operafestival.

Una premessa del genere non sarebbe necessaria se non vivessimo in un Paese abituato a far dietrologie e a figurarsi schemi e mosse da partita di scacchi, laddove a volte non c’è altro, davvero, all’infuori di quello che viene detto e che viene scritto, e dei pensieri che hanno guidato la scrittura di un articolo.

L’altra, altrettanto necessaria, premessa è che la mia collaborazione con il festival non ha mai inciso e non inciderà in maniera sostanziale sulla mia dichiarazione dei redditi, stante il fatto che all’epoca del “Barbiere” ho lavorato praticamente gratis e che il prossimo lavoro che faremo insieme certo non mi permetterà una vacanza alle Maldive.

Collaboro con questa istituzione, perché sento il dovere morale di portare un apporto a chi, nella mia terra, si sforza di diffondere la musica e la forma di teatro che canto e che amo, e anche perché sono ancora sostenuto da un grande affetto per la città in cui sono nato, tanto da sentire forte l’esigenza di “rendere” qualcosa malgrado, a conti fatti, non è che abbia “ricevuto” poi granché.

Dette queste parole, che sono sicuro suoneranno alle orecchie di qualcuno come una sorta di “excusatio non petita” e quindi come prova di colpevole connivenza (pace, del resto non è che posso star lì a cambiare la testa a chi è abituato a pensar male), mi accingo serenamente a dire quello che vorrei dire.

Sto cercando da qualche settimana in qua di capire dove sia il nocciolo della questione, la pietra dello scandalo in tutta la polemica che è scaturita dalla trasferta americana del festival, e davvero non riesco a raccapezzarmi in tutto quello che leggo.

Tenterò dunque di chiarirmi le idee, e perdonatemi se annoierò chi, di questa polemica, è più stanco di me.

Dunque, il festival decide di andare in America a fare degli spettacoli, e decide anche di invitare al suo seguito il sindaco e l’assessore alla Cultura. Apriti cielo.

Ma, mi domando, non sarebbe forse stato imperdonabile se una realtà culturale della nostra città fosse andata in tournée oltreoceano, senza nessun rappresentante delle istituzioni al seguito? Per come la vedo io, sarebbe stato più grave se sindaco e assessore fossero rimasti a casa abbandonando il festival al suo destino.

Sarà che tutte le volte che mi è capitato di andare in tournée con le istituzioni musicali c’era sempre qualche amministratore pubblico con noi in rappresentanza della città e quindi sono abituato a questo modo di fare, ma davvero non riesco a capire dove sia il problema.

Ma, si dice da qualche parte, chi ha pagato il viaggio ai due amministratori? Sempre per come la vedo io, è un problema che non esisterebbe neppure se fosse stato pagato dal Comune, sempre alla luce del fatto che è cosa buona e giusta che dei rappresentanti istituzionali vadano al seguito di una istituzione culturale cittadina in tournée all’estero.

Nella fattispecie, sindaco e assessore hanno ribadito pubblicamente che i biglietti sono stati pagati di tasca loro, dunque il problema sussiste ancora meno. E non sussisterebbe neppure se, per ipotesi, fossero andati a spese del festival, in virtù del fatto che il festival, un’istituzione privata, avrà pure tutti i diritti di invitare chi vuole a spese proprie. Da sempre i teatri invitano personalità di spicco ai loro spettacoli, spesso pagando di tasca viaggio e alloggio (si chiamano, anche per il fisco, “spese di rappresentanza”). Dunque?

Procedendo sul filo di questo ragionamento, si rimprovera al festival di aver portato con sé un solo giornalista, il responsabile della testata per cui scrivo e che state leggendo. Premettendo che anche da questa collaborazione non dipende certo il mio budget annuale (scrivo a titolo gratuito, come tutti), se un festival privato decide di portare con sé uno, dieci, cento o mille giornalisti è affar suo.

In questo caso, se decide di portare il responsabile di una testata che raggiunge gli oltre 30mila contatti giornalieri, ed è la più letta della provincia, immagino avrà pensato che investire in quella testata sarebbe stato più vantaggioso che investire in fogli letti da un numero minore di persone. In altre parole: quando io chiedo al mio ufficio stampa di coinvolgere giornalisti ad una mia prima, in genere scelgo Repubblica, La Stampa, Corriere, perché ritengo siano le testate più lette e siccome non ho denari per spesare, ad esempio, anche il Resto del Carlino o il Secolo XIX, investo i miei denari nel modo che ritengo più intelligente e fruttuoso.

Per quanto riguarda i famigerati sedicimila euro di sovvenzione comunale (più che altro un obolo, per chi abbia presenti i costi di uno spettacolo di lirica), il festival dall’inizio dell’anno ha fatto un concerto di Capodanno, uno dell’Epifania e un concerto in carcere, nonché altre coserelle che mi sfuggono. Con quaranta elementi di orchestra, credo che i sedicimila in questione siano finiti molto ma molto prima della trasferta americana.

A chi si lamenta del fatto che il festival non sia andato a Los Angeles, Washington o New York ma in una piccola cittadina della California di quarantamila abitanti, gioverà ricordare che Viterbo non è precisamente Londra, che nelle grandi sedi in genere ci vanno le istituzioni musicali più rappresentative del nostro paese, non un festival ancora giovane come questo, e cara grazia che si sia avviata questa collaborazione che, immagino, porterà nelle casse del festival un’affluenza di denari statunitensi tale da continuare a permettere allestimenti in patria che, se dovessero dipendere esclusivamente dai miseri stanziamenti istituzionali e dagli sponsor privati locali, avrebbero da esser fatti a pianoforte e con addosso dei sacchi di iuta.

Sulla polemica riguardante il coinvolgimento della moglie del sindaco negli spettacoli del Tuscia operafestival non voglio neanche entrare tanto è meschina: Emanuela Appolloni fa teatro da un sacco di tempo, non è “proprietà privata” del suo consorte, è una libera cittadina e in quanto tale è anche libera di collaborare con chiunque la chiami, ci mancherebbe altro. Peraltro, mi risulta che anche le sue collaborazioni siano a titolo gratuito. Informatevi, vi prego.

Per concludere: dietro questa polemica vedo solo la macchina del fango che, come i tuoni, preavvisa il futuro rovescio temporalesco delle imminenti elezioni locali. Niente di più.

E ai responsabili del festival torno a rivolgere la preghiera che rivolsi, pubblicamente e privatamente, tempo fa: la Tuscia è grande. Prendete il vostro festival e portatelo da chi, ne sono sicuro, lo accoglierà a braccia aperte e senza polemiche. L’affetto per Viterbo, nel mio caso giustificato da ragioni di nascita e radici, nel vostro caso somiglia in modo sempre più terribile all’ostinazione di una moglie innamorata che resta a fianco del proprio compagno anche se non fa altro che ricevere ceffoni, nutrendo un amore che, come qualsiasi psicologo avveduto potrà confermarvi, non è incondizionato: è masochista.

Alfonso Antoniozzi


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