![]() Alfonso Antoniozzi |
– Qualcuno presagisce giorni neri per Stefano Vignati in quanto “non ha neanche, a quanto dicono i soliti ben informati, il diploma di solfeggio in pianoforte”.
Prescindendo dal fatto che i soliti ben informati pare siano informati malissimo (o quantomeno lo sono alcuni) perché il diploma di solfeggio è una cosa – e si chiama “licenza”-, quello in pianoforte è un’altra, stupirà certamente i lettori di Tusciaweb venire a conoscenza che per fare il mestiere di direttore d’orchestra (come, del resto, il cantante lirico o l’attore di prosa o di cinema, e generalmente parlando qualsiasi professione riguardi le arti) non è necessario un diploma: basta dimostrare nei fatti di saperlo fare.
Se poi lo si faccia bene o male, questo è un giudizio che riguarda il pubblico o i posteri, considerando che in materia d’arte tutto è opinabile e che, a tutt’oggi, esiste gente per cui Arturo Toscanini è stato uno dei più grandi bluff della storia della musica.
Franco Ferrara, per citare il primo nome che mi viene in mente, grande direttore d’orchestra del passato e titolare della cattedra di direzione d’orchestra al conservatorio di Santa Cecilia fino al 1986, non possedeva alcun diploma in direzione d’orchestra: era splendidamente autodidatta.
Anche chi scrive, pur non essendo splendidamente autodidatta come Ferrara, non ha il diploma di canto. Non te lo chiedono, in teatro.
In teatro ti chiedono semplicemente di saper fare il tuo mestiere e di reggere la prova del tempo, ossia di riuscire a costruire una carriera credibile agli occhi del pubblico e dei tuoi colleghi. E quando si è trattato di scegliere tra otto anni di studio in conservatorio per conseguire un diploma che, forse, non avrebbe portato a nulla, e lo studio privato senza avere altro diploma se non quello che ti conferisce il pubblico, ho scelto decisamente per la seconda opzione. Non ho neanche la licenza di solfeggio, eppure ho cantato tutto il repertorio, da Pergolesi a Stravinsky, praticamente in ogni teatro del mondo, e passo anche per uno che “è impossibile mandarlo fuori tempo”.
Vi sorprenderà sapere che non sono l’unico: anche Pavarotti (di cui certo non si può dire che non sapesse cantare) non aveva in tasca un diploma di canto, e molti altri con lui.
Al contrario, esistono centinaia di diplomati che per lo Stato sanno cantare, ma alla prova dei fatti non hanno talento sufficiente per calcare il palcoscenico o per resistervi per più di un paio di stagioni.
In altre parole: si può fare il mestiere di musicista studiando privatamente, senza l’obbligo di conseguire alcun tipo di diploma.
Personalmente non so dirvi se Stefano Vignati abbia o meno il diploma di solfeggio, di direzione d’orchestra o di pianoforte, o di qualsiasi altro strumento si insegni nei conservatori. Non ve lo so dire, non mi è mai venuto in mente di chiederglielo, come, davvero, non saprei dirvelo delle centinaia di direttori d’orchestra con cui mi sia capitato di collaborare in tutti questi anni di carriera: non lo so, perché non mi interessa saperlo, non è un prerequisito fondamentale per fare questo mestiere, nè è una condizione necessaria e sufficiente per prendere in mano una bacchetta. Posso però dirvi, per averci lavorato, che la musica la sa leggere (e in tutte le chiavi) e il solfeggio lo conosce.
Sul versante dell’insegnamento, ebbene neanche lì serve il diploma se si sono accumulati, nel corso degli anni, sufficienti titoli artistici per insegnare. Sempre per parlare di cose che conosco, ossia della mia vita, se volessi potrei insegnare in conservatorio da domattina semplicemente producendo copia dei programmi di sala di tutti gli spettacoli cui ho preso parte. E quando dico tutti, intendo anche i concerti alla chiesa di Latera fatti a sedici anni con la corale Ceccarini.
Per chi si chiede perché a Stefano Vignati venga riconosciuto il titolo di “maestro”. La spiegazione è molto semplice: perché quello è il titolo che si addice a chi faccia il mestiere di direttore d’orchestra, ancora una volta indipendentemente dal fatto che abbia o meno un titolo di studio che ne ratifichi la qualifica e le capacità di fronte allo Stato.
Anch’io, dopo quasi trent’anni di carriera, vengo chiamato “maestro” dai giovani cantanti cui insegno ai corsi di perfezionamento, come io chiamavo “maestro” fin sul letto di morte Sesto Bruscantini, il mio maestro. Si tratta, semplicemente, di una questione di ruoli.
Quindi: laddove qualcuno si interroga sull’esborso di fondi pubblici per la trasferta viterbese in California, e sui suoi annessi e connessi, e si chiede se sia valsa la pena di investirli per andare a far spettacolo laggiù quando in città il budget per la cultura piange miseria nera, ha tutto il diritto e le ragioni di occuparsene.
Ma quando mette in dubbio il diritto di un direttore d’orchestra di salire su un podio semplicemente basandosi sulla presenza o meno di titoli di studio, o si domanda perché venga chiamato “maestro”, ebbene prende una cappella grossa come la luna e suscita ilarità in chi conosce da vicino questo mestiere.
Cosa che avrebbe comodamente potuto evitare di fare grazie a una semplice ricerchina su internet.
