– Armadi aperti. Sedie rovesciate. Soprammobili a terra, tra bottiglie e tazze rotte.
La villetta di via Cannicelle è un campo di battaglia che esibisce i suoi cadaveri. Dentro, non c’è più un oggetto che stia al suo posto (fotoracconto).
Dal 2009, nessuno era più entrato in casa di Paolo Esposito, se non per qualche rapido sopralluogo.
L’ok al dissequestro è stato dato qualche giorno fa, su richiesta degli avvocati dell’elettricista condannato all’ergastolo per l’omicidio della convivente Tatiana e della figlia Elena. Ieri, i carabinieri di Gradoli hanno tolto i sigilli al cancello.
Lo spettacolo è spettrale. Casa Esposito è divorata da erbacce e rovi. Le mura grigie del villino un tempo abitato da Paolo, Tatiana e le loro figlie, si intravedono appena dalla strada. Tra il cancello e la casa c’è un tappeto di vegetazione intricata. Gli arbusti si annodano. Graffiano. Sono trappole per le gambe. Si passa solo con gli stivali di gomma.
L’erba selvatica, alta e ingiallita dall’estate, cresce ovunque. Sbuca dalle fognature. Spacca persino il cemento del cortile.
I genitori di Paolo Esposito si guardano intorno sconsolati. Fuori è tutto secco. Dentro è anche peggio.
Sul pavimento c’è di tutto: bicchieri, libri, scatole di biscotti, un servizio da tè in frantumi. L’effetto è quello di una villa a soqquadro dopo un furto. Solo il forte odore di chiuso e la polvere ricordano che quella casa è come morta. Vuota. Disabitata da più di tre anni, con tutti i suoi inquilini lontani. Paolo è in carcere con l’accusa di aver ucciso Tatiana ed Elena. La loro figlia minore, l’unica nata dalla loro relazione (Elena nacque da un precedente matrimonio di Tania), è a Bologna, affidata a un tutore. Casa Esposito contiene il passato di tutti e quattro. I libri di Elena, i vestiti di Tania. Tutto quel che resta della loro vita a Gradoli fino al 30 maggio 2009, quando madre e figlia spariscono. Uccise, forse, proprio nella cucina di quella villetta, dove c’era il sangue di Tatiana.
Tra tutte, la cucina è la stanza più in ordine. Quasi spoglia. Con una parete foracchiata, dopo che la scientifica, per analizzare le tracce sull’intonaco, ne ha portato via dei pezzi. Alla finestra manca la tenda, contrariamente a tutte le altre stanze della casa. Un dato che ha fatto sospettare fin dall’inizio che fosse stata usata per pulire la scena del delitto. Ma per Esposito e i suoi legali, è da qualche parte, in casa. E da un armadio al pian terreno ne spunta una. Per la madre di Paolo è proprio la tenda della cucina, ma il suo avvocato Enrico Valentini è più cauto. Bisogna controllare.
Il coprisedia in garage, invece, secondo Valentini, è proprio quello che l’accusa pensava fosse stato fatto sparire perché sporco di sangue. E’ su una pila di sedie nere di polvere, adagiato tra le ragnatele.
Il sopralluogo dura un’ora e continua pochi metri più avanti. In via Piave. Nei locali dell’ex circolo An, di proprietà degli Esposito. I carabinieri tolgono i sigilli e vanno via. E’ una stanza sola. Piccola. Niente a che vedere con la villetta a tre piani di via Cannicelle 46.
Di quella casa, ora, gli Esposito non sanno che farne. I loro avvocati pensano a un eventuale sopralluogo del generale Luciano Garofano, loro consulente tecnico al processo di primo grado, finora mai entrato nella villetta. Gli Esposito la faranno sicuramente rimettere a posto. Forse la venderanno, non hanno ancora deciso. Di una cosa, però, sono certi: non vogliono andare ad abitarci e mai ci andranno.
Stefania Moretti






