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Che lagna ‘sta Kultura che sfragna

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Alfonso Antoniozzi

Alfonso Antoniozzi

– Torniamo a parlare di cultura, o meglio, di Kultura.

Il concetto di Kultura, con la kappa davanti, può essere comodamente riassunto dalla vecchia storiella dell’aspirante intellettuale che va in libreria e dice “presto, devo farmi una cultura, mi dia il libro più noioso e incomprensibile che ha!“.

L’atteggiamento kulturale degli esponenti della kultura presuppone come conditio sine qua non che tutto ciò che attenga alla sfera culturale debba essere necessariamente alto, nobile, e soprattutto di non facile fruizione, e che solo la Kultura sia la vera cultura.

Per fare un esempio musicale, è l’atteggiamento che per anni ha privilegiato oscure composizioni contemporanee rispetto a conosciutissimi brani (“Ascolti ancora la quinta di Beethoven? Ma vuoi mettere con i quindici pezzi per musica intuitiva di Stockhausen?”) o quello che continua a ribadire la pochezza dell’opera rispetto alla sinfonica o alla liederistica.

In ambito cinematografico, la kultura era quella che affossava i film di Totò fino a quando non fu “riscattato” dalle sue collaborazioni pasoliniane, privilegiando la comicità di Jacques Tati, in quanto straniero e possibilmente visto in lingua originale.

Franca Valeri stigmatizzò per sempre questo atteggiamento nella sua caricatura di una dama benefica corredata di erre moscia in visita a un ospedale, facendole dire a una partoriente proletaria arrivata alla sua quindicesima gravidanza “Legga, cara… si distragga! Conosce Anatole France? E’ delizioso… ma per carità, non tradotto se no ci perde!”.

Il cinema kulturale è invece quello descritto da Paola Cortellesi nella sua satira del cinema d’autore: “Mai una risata, mai una battuta, perché il grande cinema d’autore è così: ti sfragna, ti sfranta, ti sfrantuma!“.

Il concetto di Kultura è il maggiore responsabile del comprensibile atteggiamento di quelli, e non sono pochi, che quando sentono parlare di cultura alzano gli occhi al cielo abbassando le mani a palpare indescrivibili parti del corpo in un gesto scaramantico. E anche di quelli che dicono che non ha senso dar soldi alla cultura quando ci sono tante realtà più degne di essere finanziate.

Accanto alla Kultura, c’è la cultura. La cultura, termine onnicomprensivo, abbraccia praticamente ogni intervento umano sul corso naturale delle cose: in altre parole, ovunque l’uomo intervenga con le sue conoscenze, il suo intelletto e la sua manualità, compie di fatto un’operazione culturale.

L’uomo poi è un animale cui piace categorizzare altrimenti non si sente tranquillo, e tende a chiudere in schemi fissi e precostituiti gli eventi culturali: cultura gay, cultura giovane, cultura di destra, cultura di sinistra, cultura afro, cultura islamica e via discorrendo. Sbaglia, l’uomo, quando si affanna a costruire queste categorie: Einstein all’ingresso da immigrante negli Stati Uniti, alla voce “razza” sul modulo di ingresso scrisse “umana”, dando a tutti una lezione che tendiamo a dimenticare.

Recentemente mi è capitato di rifletterci su, leggendo su Tusciaweb e altrove commenti riguardanti Caffeina: tanti uomini di destra si sono lamentati, alcuni ad alta voce (come Marcello Meroi) del fatto che la manifestazione tende a prediligere la cultura di sinistra.

A parte che non si può certo imputare a Caffeina la responsabilità del fatto che, complice l’innegabile disinteresse postbellico della destra rispetto alla produzione culturale e l’altrettanto innegabile egemonia culturale della sinistra (non dimentichiamo che fino a poco tempo fa, se volevi far cultura in Italia, “dovevi” esser di sinistra), in giro ci siano molti più intellettuali, scrittori, artisti, cineasti, uomini di cultura di sinistra, che non di destra. E che quindi se davvero Caffeina volesse far cultura solo a destra certo non riuscirebbe ad avere un calendario così fitto. Caro Marcello, non esiste la cultura di destra o la cultura di sinistra.

A meno che tu non voglia dar ragione a Caterina Guzzanti quando, in un suo riuscitissimo sketch, infila ogni tanto senza motivo la domanda “e allora le foibe?”. Esiste la cultura, punto. E l’offerta culturale di Caffeina, che non fa Kultura ma cultura, è un vanto per la nostra città, per i nostri cittadini e per i nostri amministratori.

Chi però dice che Caffeina sia l’unico evento culturale viterbese, sbaglia di grosso. O meglio, ancora una volta, sta facendo Kultura.

L’estate viterbese è un banchetto bulimico di eventi culturali: da Caffeina a Medioera a Ferento al festival Barocco al Tuscia operafestival a Ludika al Tuscia film fest chi più ne ha più ne metta.

Ogni stimolo culturale può innescare nella mente un gioco di scatole cinesi: si può ad esempio andare a vedere Suor Angelica di Puccini e per curiosità andarsi a documentare sul librettista/regista Forzano e scoprire che era amico di Mussolini e fondatore della Tirrenia Film (quindi il trittico pucciniano, avendo Forzano come librettista, dovrebbe esser considerato cultura di destra?), fare una ricerchina sugli stabilimenti cinematografici della Tirrenia e scoprire così che gli stabilimenti hanno chiuso da tempo anticipando la sorte di Cinecittà.

Oppure partire dal Gianni Schicchi e andarsi a rileggere Dante, scoprendo (e la maestra ce l’aveva detto) quanto della nostra città sia presente nella Divina Commedia: il bulicame, per esempio, dove recentemente è stato dato Edipo Re(ietto) tratto dall’Edipo Re di Sofocle, che Forzano mise in versi per Leoncavallo, e siamo tornati indietro …come in un gioco di scatole cinesi, appunto. La cultura si è inventata l’ipertesto da molto prima che esistesse internet, innesca viaggi infiniti e soprattutto ci racconta come tutto sia collegato e quanto sia riduttivo e poco culturale ridurre tutto a semplici categorie.

Il problema, semmai, sta nel fatto che Viterbo pare essersi rassegnata agli eventi estivi e al motto “bulimia d’estate, anoressia d’inverno” e abbia rinunciato quotidianamente alla possibilità di essere ogni giorno produttrice di cultura e non semplice ospite estiva di stimoli culturali per la maggior parte pensati altrove, il che rende i cittadini “testimoni” di un evento e non parte viva e partecipante di un progetto culturale condiviso e identitario.

Il che è surreale, soprattutto quando si pensa che viviamo in una città dove, per dirne solo una, tanti cittadini insieme si sono inventati un episodietto culturale che dura fino ai giorni nostri: il conclave.

Alfonso Antoniozzi


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