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“Perché non abbattere le fontane?”

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Alvaro Ricci

Riceviamo e pubblichiamo – “Viterbo, città dalle belle donne e dalle belle fontane”.

Il vecchio adagio ha bisogno di essere aggiornato o, meglio, emendato. Se, infatti, la bellezza ancora alberga nelle ragazze viterbesi da 0 a 90 anni, non altrettanto si può dire delle fontane (il censimento ufficiale ne conta 96, ma bisogna aggiungere anche tre fontanelle e ventitré lavatoi), che, insieme alle chiese, rappresentavano il simbolo della comunità cittadina medievale, fulcro dei quartieri, orgoglio delle genti, luoghi di aggregazione sociale.

La spending review (revisione della spesa) made città dei Papi ha costretto (sic) l’esecutivo guidato da Giulio Marini a togliere l’acqua dalle fontane, confezionando così un pacchetto turistico che sostanzia un’immagine della città alquanto degradata.

Fontane senz’acqua? Appare evidente a tutti che è una contraddizione in termini. Già. Senza acqua e soprattutto abbandonate a sé stesse. Basta fare qualche esempio: la fontana di piazza della Rocca, dove il residuo delle risorse idriche è diventato salmastro, degno delle zone paludosi in via di prosciugamento. O la fontana Grande (o del Sepale, iniziata nel 1212, terminata nel 1279), rimasta sì senza acqua, ma in compenso il cloro ha compiuto il prodigio di colorarla, cambiandole così i connotati.

L’abbandono non riguarda solo le fontane del centro storico. Stessa sorte, anzi peggiore, è toccata pure alla “Fontasfera”, importante opera monumentale realizzata dall’artista viterbese Claudio Capotondi nei primi anni ’90 e per la cui esecuzione la Regione Lazio, su iniziativa dell’allora consigliere Oreste Massolo, emanò una specifica legge con cui vennero stanziati 300 milioni delle vecchie lire.

Ora sta li, nel piazzale davanti alla piscina comunale, nel più completo degrado, alla mercé di vandali e pseudo-writers (che dimostrano, per l’ennesima volta, che la madre degli idioti è sempre incinta), depredata di tutti i suoi valori materiali e soprattutto violentata nell’arte, nella cultura che il maestro Capotondi ha inteso rappresentare in questo manufatto.

E allora lancio una provocazione.

Perché non abbattere le fontane della città, tutte, le antiche e le moderne? Si risparmierebbero un sacco di soldi e soprattutto si eviterebbero sofferenze a tutti quei cittadini che ogni giorno vedono in loro il termometro con il quale misurano la china del degrado della città.

 

Alvaro Ricci
Vice capogruppo Pd della Città di Viterbo


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