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– “Per me Bernardo Provenzano non è mai stato a Viterbo. Abbiamo cercato agganci tra la morte di Attilio Manca e la mafia, ma non ne abbiamo trovati”.
Così Pietro Grasso commenta la vicenda del giovane medico trovato morto a Viterbo nel 2004 (fotoracconto* fotoracconto undicesima giornata * video). Il procuratore nazionale antimafia, ospite a Caffeina 2012, apre una parentesi su Attilio Manca, colpendo i familiari dritto al cuore: non ci sono indizi che portino a ritenere che l’urologo 35enne sia stato ucciso dalla mafia. Né che sia stato Provenzano a commissionare il delitto, dopo la sua operazione alla prostata a Marsiglia.
“Abbiamo fatto ricerche in Francia – ha spiegato Grasso ieri, dal salotto raccolto del cortile dell’abate -. Non c’erano medici con il boss. Il suo presunto “messaggero” diceva che Provenzano si trovava a Rieti, nell’ultimo periodo della latitanza. Non a Viterbo, quindi non vicino a Manca. Non c’è prova neppure di una presenza a del boss nella città dell’urologo, Barcellona Pozzo di Gotto. La morte di Manca è avvenuta senz’altro in circostanze sospette, ma non troviamo appigli alla pista mafia. Se li troveremo, cercheremo in tutti i modi di far venire a galla la verità”.
Il numero uno della direzione nazionale antimafia è a Viterbo per presentare il suo libro: “Liberi tutti”. Da un vecchio gioco che faceva da bambino. “Ci nascondevamo e se l’ultimo riusciva a non farsi trovare liberava tutti. Mi piaceva liberare tutti. E mi piace pensarla come una metafora del vivere sociale: chi libera tutti è utile alla società. Questo bisognerebbe fare. Ragionare come se ognuno cercasse di fare quel gioco per essere utile all’altro”.
Solo così, secondo Grasso, si può costruire una rete di solidarietà che contrasta l’altra rete. Quella della criminalità. Della mafia che compra i consensi di chi è in difficoltà. La rete della corruzione. Una fitta trama di “favori” in cui è facile perdersi. E anche il reato, per gli inquirenti, diventa più difficile da dimostrare. “La mafia – continuato Grasso – costruisce alleanze talmente ramificate da rendere la corruzione non più un rapporto a due, ma un meccanismo che coinvolge una pluralità di persone. Ed ecco che, come per magia, uno si ritrova proprietario di una casa al Colosseo senza sapere perché”.
Il pubblico sorride. Tra la platea ci sono anche il sindaco Marini e il consigliere regionale Parroncini. Il pensiero di quelle 240 persone, presenti nonostante il biglietto da pagare e l’orario pomeridiano dell’incontro, va all’ex ministro Scajola. Grasso non fa il suo nome. Non serve. Più dei nomi, importano le regole. E in Italia, per lui, “basterebbe una legge di una sola riga: impedire a chi fa politica di fare affari. Il connubio mafia, imprenditoria e politica è quanto di più deleterio possa esistere nel nostro Paese”.
A fare da contrappeso, restano le leggi. Le stesse che hanno permesso alle procure distrettuali antimafia di sequestrare 40 milioni di beni in quattro anni. E poi, i giovani. Speranza dell’Italia. Unica possibilità, per questo Paese, di riscattarsi e di costruire una classe dirigente migliore.
E’ a loro che “Liberi tutti” è dedicato. Grasso ne ha conosciuti tanti. Anche grazie alla moglie insegnante, seduta in prima fila. Lui la indica dal palco e lei arrossisce. Faceva lezioni di legalità ai ragazzi nel pomeriggio. “A Palermo c’era di tutto – racconta il procuratore -: da quelli che lasciavano la scuola per gestire gli “affari di famiglia”, a quelli che per prendere il diploma scappavano di casa”. Ragazzi di mafia. Che con la mafia nascevano e crescevano. Finché non si vedevano portare in galera i parenti. A quel punto dovevano decidere da che parte stare.
“Uno di loro, dopo il diploma e la laurea, è diventato ingegnere e lavora per una multinazionale in Svizzera. Mandò una cartolina a me e a mia moglie con scritto: ce l’ho fatta. Mi commuovo ancora se ci penso. E’ la dimostrazione che la tenacia di un giovane può portare lontano”.
E’ questo l’antidoto a quella mafia che Grasso non immagina né come “piovra”, né come “anti-Stato”. La vede, piuttosto, nel palazzo sventrato di via D’Amelio o nei 500 chili di tritolo che uccisero Giovanni Falcone. “Come si può dare il proprio consenso a questo? Oggi non abbiamo bisogno di eroi, ma di giovani. Dobbiamo pensare ai giovani e impedire che la mafia conquisti il loro consenso. Ci serve la loro ingenuità, intesa come sguardo limpido sul futuro, senza cinismo, né rassegnazione, ma con la voglia di fare e di cambiare. Come possiamo dare una svolta a questo Paese se non puntiamo sui giovani?”.
Stefania Moretti





